Un sorriso dall’aldilà (Parte terza)

Quella sera Elena trovò sul proprio tavolo un fiore secco a cinque petali. Decise di non toccarlo. Anzi, lo coprì con un bicchiere e rimase a osservarlo finché la luce non diminuì. La terza notte la bambina le parlò nuovamente. Ora camminavano lungo una galleria che pareva non finire mai. A destra e a sinistra si aprivano porte identiche tra loro. Dietro alcune di esse Elena udiva un respiro. Dietro altre, invece, le sembrava di sentire qualcuno sussurrare parole incomprensibili. La mano della bambina stringeva la sua con insistenza. «Mi chiamo Lucilla», disse. La voce era chiara, benché le sue labbra si muovessero appena. «Mi hanno lasciata qui. Non posso uscire.» Elena si fermò. «Chi ti ha lasciata qui?» Lucilla indicò le pareti. La luce delle lampade diminuì. Le figure affrescate scomparvero una dopo l’altra, inghiottite dal buio. Rimase visibile soltanto una porta in fondo al corridoio. «Lì dentro?» La bambina non rispose. Elena si avvicinò, ma Lucilla la trattenne. Per la prima volta la sua mano non sembrò volerla guidare, bensì proteggerla. «Non ancora», sussurrò. Elena si svegliò con il nome sulle labbra. Lucilla. Lo pronunciò nella stanza buia e udì un suono provenire dall’interno dell’armadio. Tre colpi lievi, distanziati l’uno dall’altro. Angosciata, attese che qualcuno o qualcosa si palesasse all’interno della stanza. Ma dall’armadio non uscì nessuno. Silenzio. All’alba trovò una traccia scura sulla chiave raccolta nel vestibolo. Sembrava fuliggine. La ripulì e notò un’incisione minuscola lungo il gambo, quasi invisibile a occhio nudo. Rappresentava il fiore a cinque petali. Provò di nuovo ad aprire le porte del pianterreno, ma la chiave continuò a girare a vuoto, senza aprire nessuna di esse. Salì allora al piano superiore. Ogni gradino scricchiolò sotto il suo peso. In cima, il corridoio si divideva in due ali. L’aria era più fredda e le pareti erano prive di affreschi, coperte soltanto da una vecchia carta da parati. Elena scelse l’ala orientale, la stessa verso cui le pareva di essere stata condotta nei sogni. La chiave stavolta aprì l’ultima porta. La stanza doveva essere appartenuta a una bambina. Restavano infatti un piccolo letto, una cassapanca e una sedia accanto alla finestra. La polvere copriva ogni cosa. Sul muro erano appesi alcuni disegni sbiaditi. Fiori, alberi, persone senza volto. In uno, due bambine si tenevano per mano davanti alla villa. Sotto la finestra Elena trovò una scatola di legno. Conteneva nastri, bottoni, un pettine con alcuni capelli ancora impigliati fra i denti e un quadernetto. Molte pagine erano state strappate. Su quelle rimaste compariva una grafia infantile. «La mamma dice che il mio nome deve restare segreto». Più avanti, la scrittura diventava incerta. «Lucrezia è quella che vogliono loro». Nell’ultima pagina c’era soltanto una frase. «Lucilla sono io». Elena richiuse il quaderno. Sentiva il bisogno di uscire dalla stanza, ma non riusciva a muoversi. Sul retro della copertina era incollato un frammento di carta ripiegato. Lo staccò con attenzione. Era parte di una lettera. L’inchiostro, la grafia e persino l’odore della carta coincidevano con quelli della missiva che l’aveva condotta alla villa. Restavano leggibili poche parole «…quando il volto le sarà restituito…» Più sotto compariva un’altra riga «…la nuova custode prenderà il suo posto…»

Elena avvertì un lieve capogiro. Ripose tutto nella scatola in fretta e furia e tornò al pianterreno, portando con sé soltanto il quaderno. Per la prima volta da quando era arrivata, prese in considerazione l’idea di interrompere il lavoro. Iniziò a preparare la valigia. Raccolse gli strumenti, le fotografie e gli appunti. Quando aprì il portone, però, il giardino era come svanito. Oltre la soglia si estendeva il vestibolo. Elena richiuse e riaprì una seconda volta. Vide ancora lo scalone, la lampada sul tavolino e gli affreschi. Provò con un’altra porta e poi con una finestra. Ogni apertura conduceva a un’altra stanza della villa. Non gridò. Rimase immobile finché il tremore delle mani non diminuì. La casa non le impediva di uscire con la forza. Le negava semplicemente l’esistenza di un fuori. Si sedette davanti al ritratto di Lucilla. Il volto era ormai quasi del tutto pulito. Sotto gli strati rimossi era comparso un particolare che prima non aveva notato. Dietro la figura della bambina, confuso con il fondo scuro, qualcuno aveva dipinto il profilo di una porta. Elena vi avvicinò la lampada. Nel sogno della quarta notte, Lucilla la condusse fino a quella soglia. Oltre non c’era il buio, ma il salone principale. Le pareti erano illuminate da decine di candele. Al centro della stanza, gli adulti raffigurati negli affreschi stavano in piedi e guardavano verso di lei. Nessuno parlava. Nessuno si muoveva. Lucilla lasciò la sua mano. «Devi vedere», disse. Elena si svegliò prima di poter entrare. Il giorno seguente il ritratto appariva cambiato. Non in modo evidente. Non tanto da poterlo dimostrare confrontandolo con le fotografie. Eppure Elena era certa che la bambina avesse girato leggermente il volto verso la porta dipinta dietro di lei. A quel punto si rese conto che il lavoro non era più soltanto un restauro. Ogni strato rimosso liberava un dettaglio e nascondeva un’intenzione. Elena comprese che la lettera non le chiedeva semplicemente di salvare degli affreschi. Qualcuno voleva che li rendesse di nuovo leggibili. La domanda era che cosa sarebbe tornato visibile insieme a essi? Durante il pomeriggio ripulì una piccola scena nel salone principale. Sotto una ridipintura relativamente recente apparvero cinque persone disposte in semicerchio. I volti erano quelli già incontrati negli altri affreschi. Mancava la bambina. Al suo posto restava una sagoma chiara, vuota. Elena si arrestò. Dal piano superiore giunse il suono di passi. Questa volta non erano leggeri. Procedevano lentamente lungo il corridoio, raggiunsero lo scalone e si fermarono in cima. Elena non alzò lo sguardo. Sentiva una presenza immobile sopra di sé. Sentiva, soprattutto, che non era Lucilla. Continuò a lavorare finché la luce naturale non scomparve. Soltanto allora osò voltarsi. Lo scalone era vuoto. La quarta notte non cominciò come le altre. Elena aprì gli occhi e si trovò nel salone principale. E come nei giorni precedenti, non ricordava di essersi alzata né di aver attraversato la villa. Indossava ancora gli abiti con cui si era coricata. La lampada era accesa accanto a lei. Sulla parete di fronte, l’affresco più vasto aveva perduto ogni traccia delle scene familiari. Il giardino dipinto era scomparso. Le cinque figure riapparse da sotto la ridipintura, non sorridevano più, ma erano sempre raccolte in cerchio, immobili e solenni. Al centro c’era Lucilla, con indosso l’abito chiaro del ritratto. Una donna inginocchiata le teneva le mani sulle spalle. Il volto della donna era stato cancellato anche lì, ma Elena riconobbe la curva protettiva del corpo. Gli altri membri della famiglia volgevano lo sguardo verso una figura scura dipinta sul fondo. Non aveva lineamenti. La sua forma si confondeva con una porta aperta. La scena aveva la disposizione composta di un rito e la tristezza di un congedo. E non mostrava alcun tipo di violenza. Proprio per questo risultava più difficile distogliere lo sguardo. Tutto sembrava essere avvenuto con il consenso di chi vi aveva preso parte, secondo una volontà tramandata e mai messa in discussione. Elena comprese che la bambina non veniva offerta alla figura d’ombra. Veniva affidata alla casa.

Nell’aria si diffuse odore di cera bruciata. Sotto affiorava una nota più greve, antica, che Elena non seppe riconoscere. Il pavimento fu attraversato da una vibrazione profonda. Non somigliava al cedimento di una struttura. Era regolare, lenta, e sembrava provenire dalle fondamenta. Le fiamme delle lampade si inclinarono tutte nella stessa direzione. Lucilla apparve accanto a lei. Non era più soltanto la bambina dei sogni. Elena ne percepiva la presenza con chiarezza, il lieve fruscio dell’abito e il freddo della mano che cercava la sua. I suoi occhi scuri non esprimevano terrore. C’era in essi una stanchezza paziente, più dolorosa di qualunque supplica. «Sei rimasta qui per tutto questo tempo», disse Elena. Lucilla annuì. «Perché?» La bambina guardò l’affresco. Le figure in cerchio avevano abbassato il capo. Solo la donna senza volto continuava a rivolgersi verso di lei. «La casa doveva ricordare», mormorò Lucilla. «Qualcuno doveva restare.» Elena pensò agli affreschi, alle generazioni dipinte una accanto all’altra, ai volti preservati molto oltre la vita di coloro che avevano abitato quelle stanze. Aveva creduto di trovarsi davanti a un album di famiglia. Non era quello che lei credeva che fosse, una celebrazione del passato, ma qualcosa di ancora diverso. Gli affreschi erano il luogo in cui quel passato veniva trattenuto. «E Lucilla chi è?» Lucilla strinse le dita attorno alle sue. «Il nome che mi hanno dato quando hanno smesso di cercarmi.» Elena tornò a guardare la parete. La figura d’ombra sembrò farsi più netta. Non avanzò di un passo, non mosse le braccia e non mostrò un volto. Tuttavia la stanza divenne più fredda. «Se ti libero, che cosa accadrà?» Per alcuni istanti Lucilla tacque. Nella sua esitazione Elena riconobbe qualcosa di umano. La giovinetta non voleva mentirle, ma temeva che la verità potesse allontanarla. «La casa cadrà», disse infine. Un lieve scricchiolio percorse il soffitto, quasi in risposta. «E gli affreschi?» Lucilla abbassò gli occhi. Elena sentì la domanda aprirsi dentro di sé. Era venuta per salvare quelle immagini, per opporsi al tempo e alla distruzione. E, invece, ora scopriva che liberare la bambina avrebbe significato perdere l’intero ciclo, forse per sempre. Secoli di memoria sarebbero scomparsi insieme alla villa. Ma quale valore poteva avere una memoria fondata sulla prigionia di una creatura dimenticata? Lucilla sollevò il viso. «Devi scegliere prima che il mio volto sia completo.» Elena guardò il ritratto nel vestibolo, visibile attraverso la porta aperta. Mancava ancora una piccola parte vicino all’occhio sinistro, l’ultima zona coperta dalla patina. «E se non lo faccio?» La bambina le strinse la mano. Ma la sua non era una minaccia, era paura. «Se resti troppo a lungo, sarai mia sorella per sempre.» Alle loro spalle, nell’affresco del salone, comparve una nuova figura. Era dipinta accanto a Lucilla. Il corpo era ancora incompleto, confuso nel colore del fondo. Ma già cominciava ad intravvedersi il volto di Elena, che iniziava a prendere forma.

Non era ancora un ritratto compiuto. Mancavano parte dei capelli, la linea delle spalle, le mani. Eppure gli occhi erano già i suoi. Avevano la stessa piega leggermente inquieta, la stessa ombra sotto le palpebre che compariva dopo molte ore di lavoro. Il pittore invisibile aveva colto persino la piccola ruga tra le sopracciglia, quella che sua madre le sfiorava da bambina per farla sorridere. La figura dipinta guardava Lucilla. Non la casa, non gli adulti raccolti in cerchio, non la porta d’ombra aperta sul fondo. Guardava soltanto la bambina, e nella posizione dei due corpi c’era qualcosa di intimo e definitivo. Sembravano appartenersi da sempre. Elena ritrasse la mano con un certo orrore. Lucilla restò accanto a lei. Le sue dita erano ancora intrecciate alle sue, ma la stretta si era fatta debole. Intorno, la villa continuava a vibrare con lente pulsazioni. Dai muri cadeva una polvere fine che indugiava nella luce delle lampade. Ogni granello pareva staccarsi a fatica, come se la casa non volesse perdere neppure la parte più insignificante di sé. «Chi ha dipinto il mio volto?» Lucilla guardò verso la figura senza lineamenti. «La casa.» Il pavimento ebbe un sussulto. Una crepa attraversò una lastra di marmo e si arrestò ai piedi di Elena. «Le case non dipingono!» «Le case, le altre case, ma questa sì.» Non c’era alcuna vibrazione di stupore nella voce della bambina. Aveva pronunciato quelle parole con la semplicità di chi parla del tempo. Elena osservò gli affreschi che riempivano il salone. Le feste, i giardini, le passeggiate e i pranzi estivi non erano più visibili. Sulla parete rimaneva soltanto il rito silenzioso, sovrapposto a ogni altra memoria. La casa aveva nascosto la verità sotto immagini felici, oppure erano stati gli abitanti a farlo, dipingendo una bellezza ostinata sopra ciò che non volevano ricordare? Elena non riusciva più a distinguere la volontà degli uomini da quella della villa. Forse, dopo tanti anni, non esisteva più alcuna differenza. Lucilla la condusse fuori dal salone. Attraversarono il vestibolo e salirono lungo la scala. La bambina camminava senza far rumore. Elena, invece, sentiva ogni gradino cedere appena sotto il proprio peso. Il corridoio al piano superiore era cambiato. La carta da parati si era staccata in lunghe strisce, scoprendo altre pitture. Decine di bambine occupavano le pareti. Avevano età diverse e indossavano abiti appartenenti a epoche lontane fra loro. Alcune tenevano fiori, altre libri o giocattoli. Nessuna sorrideva. Accanto a ciascuna di esse appariva una seconda figura appena abbozzata, sempre più alta, sempre femminile. Di alcune si distinguevano i lineamenti. Di altre restava soltanto una sagoma pallida. Elena avanzò lentamente. Capì che non erano sorelle, almeno non nel senso che aveva immaginato. Erano custodi. Donne chiamate alla villa, forse una dopo l’altra, con pretesti diversi e sempre plausibili. Una governante. Un’istitutrice. Una dama di compagnia. Più tardi, una fotografa, una studiosa, una restauratrice. La casa aveva mutato il proprio richiamo con il passare degli anni, scegliendo ogni volta la promessa più adatta a chi doveva ascoltarla. Sotto l’ultimo ritratto, l’intonaco era ancora fresco. Lucilla si fermò davanti alla porta della sua stanza. Questa volta non entrò. Sfiorò il legno con il palmo della mano e la serratura scattò da sola. Al suo interno il letto, la cassapanca e i disegni erano scomparsi. La camera si era allungata fino a diventare una galleria. File intere di candele accese segnavano un cammino fra pareti coperte di immagini. Elena riconobbe gli affreschi che aveva restaurato nei giorni precedenti, ma i personaggi non occupavano più il loro posto. Erano rivolti verso di lei. Donne, uomini e bambini la osservavano in modo beffardo da giardini immobili. Il colore dei loro occhi sembrava ancora umido. Sulla parete di fondo era dipinta una porta socchiusa. Da lì proveniva il profumo dolciastro che aveva avvertito entrando nella villa. Ora sapeva che non era l’odore dei fiori lasciati sulle tombe, ma gelsomini che crescevano dipinti oltre la soglia, bianchi nella notte, i cui rami si perdevano in un giardino che non poteva appartenere alla casa. «È da lì che uscirai?» domandò. Lucilla annuì. «Come si apre?» La bambina indicò il volto ancora incompleto nel vestibolo, benché fosse ormai lontano e nascosto da molte stanze. Elena comprese. Aveva creduto che completare il restauro avrebbe imprigionato lei e liberato Lucilla. Ma la villa non le aveva ordinato di finire. Le aveva detto soltanto di cominciare. Aveva bisogno delle sue mani per ritrovare la propria forma. Ogni immagine liberata dalla polvere aveva restituito forza alla casa. Ogni volto riconosciuto aveva riallacciato un vincolo atavico. Il restauro non stava salvando gli affreschi dalla rovina, stava ricomponendo la memoria che teneva in vita la villa. La parete tremò. La porta dipinta si richiuse di qualche centimetro. Lucilla impallidì. Per la prima volta Elena vide la paura alterarle il volto. Non era il terrore di chi teme qualcosa di nuovo. Era una paura antica, consumata dalla ripetizione. Dal corridoio giunse un fruscio. Le figure affrescate avevano cominciato a muoversi. Non avanzavano e non uscivano dai muri, ma cambiavano posizione ogni volta che Elena distoglieva lo sguardo; una mano prima abbassata ora appariva sollevata, un volto di profilo ora diventava frontale, e gli spazi vuoti tra i corpi si restringevano, come se la casa si stesse richiudendo su di loro. Elena afferrò Lucilla e corse.

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