Un sorriso dall’aldilà (Quarta e ultima parte)

Tornarono verso lo scalone. Il corridoio si allungava davanti a loro. Le porte comparivano dove prima c’erano le pareti e si aprivano una dopo l’altra, mostrando camere buie. Il pavimento inclinò dolcemente, attirandole verso una porta spalancata. Elena si aggrappò alla ringhiera. Lucilla scivolò giù, trattenuta soltanto dalla sua mano. Per un istante la bambina parve perdere consistenza. Attraverso il suo abito Elena vide le venature del legno e la polvere raccolta negli angoli. La tirò a sé. «Non lasciarmi», disse Lucilla. Fu la prima volta che la supplica ebbe il suono di una vera voce infantile. «No, piccola, non ti lascio.» Elena la prese in braccio. Il corpo della bambina non aveva quasi peso, ma emanava un odore nauseabondo e un freddo penetrante. Scesero le scale mentre la villa modificava gli spazi intorno a loro. Lo scalone si divideva e tornava a unirsi nello stesso tempo, i suoi gradini conducevano a pianerottoli che Elena non aveva mai visto. Le statue nelle nicchie come automi mossi da fili invisibili, avevano cercato afferrarle durante il loro passaggio. Elena non cercò più di capire. Seguì il profumo dei gelsomini. E più loro scendevano e più il profumo diventava intenso. raggiunsero il vestibolo, ma il portone era scomparso. Al suo posto si apriva una vasta superficie dipinta di nero. Da quella oscurità emersero lentamente i contorni di una figura. Il corpo era sottile, troppo alto per appartenere a un uomo, e terminava contro il soffitto. Il volto non esisteva. La luce della lampada vi scorreva sopra senza trovare occhi o bocca. Lucilla si nascose contro il petto di Elena. La figura tese una mano verso di lei, non verso la bambina. Sulla parete del salone, il ritratto incompleto di Elena acquistò colore. I capelli si definirono, le spalle presero forma. Una mano dipinta strinse quella di Lucilla. L’altra teneva un pennello. Il medesimo pennello che Elena aveva lasciato sul tavolo da lavoro. Si voltò. Lo strumento era lì, accanto ai contenitori e ai panni ripiegati. Il suo manico chiaro rifletteva la luce con un’intensità insolita. Elena posò Lucilla a terra e lo raccolse. Le setole erano asciutte, eppure sulla punta appariva una goccia luminosa. Non era colore né acqua. La casa tacque. Anche il legno cessò di scricchiolare. La polvere rimase sospesa. Le tende, gonfiate dalle correnti, ricaddero immobili. Elena ebbe la sensazione che tutta la villa stesse aspettando il suo gesto, senza conoscere quali conseguenza avrebbe provocato. Poteva completare il volto di Lucilla. Poteva cancellarlo. Poteva colpire la figura scura o la propria immagine. Ma una cosa era certa: nessuna scelta offriva una certezza. Ogni cosa che aveva appreso sul restauro le imponeva cautela. Prima conoscere, poi intervenire. Conservare ciò che il tempo aveva consegnato, senza alterare alterare nulla, senza inventare, senza cancellare. La precettestica da manuale, prima di tutto. Ma quelle regole erano nate per servire la vita, non per sacrificarla alla permanenza delle opere. La bellezza che chiedeva una prigioniera, non meritava di essere salvata. Elena si avvicinò al ritratto. La figura dipinta che portava il suo volto era quasi completa. Mancava soltanto un’ombra intorno alla bocca. Lucilla le afferrò il lembo della giacca. «Non lì», sussurrò.

Elena seguì il suo sguardo. La bambina non fissava il proprio ritratto. Guardava il giardino dipinto sul lato opposto del vestibolo, la prima scena che Elena aveva notato entrando nella villa. Un pergolato, un prato luminoso, un sentiero che si perdeva nel fitto degli alberi. Fra le crepe, quasi cancellata dall’umidità, si distingueva una piccola porta bianca. La via d’uscita non era nell’oscurità. Era sempre stata dentro la luce. Elena raggiunse l’affresco del giardino. Il pennello tremava fra le sue dita, mentre la goccia raccolta sulle setole pulsava di un chiarore quieto. Dietro di lei, la figura senza volto avanzò senza staccarsi dalla parete. Non produceva alcun rumore, eppure Elena ne percepì l’approssimarsi nel freddo che le saliva lungo la schiena. Lucilla le strinse la giacca. La piccola porta bianca, quasi perduta fra i rampicanti dipinti, era attraversata da una crepa. Bastava appena un tratto per ricomporla. Elena sollevò il pennello. Per un istante pensò alle ore trascorse nella villa, ai colori recuperati, alle figure riaffiorate dalla polvere. Pensò alle mani sconosciute che avevano dato forma a quei giardini, alle vite racchiuse nelle pareti, a tutto ciò che sarebbe andato perduto. Salvare quelle opere era stato il motivo per cui aveva accettato l’incarico. Ed era anche la missione che si era scelta nella vita. Ma l’arte custodisce il passaggio degli uomini su questa terra, non deve diventare la prigione di chi quel passaggio non ha potuto compiere. Elena sfiorò la crepa. Il pennello lasciò sulla parete una linea luminosa. Il tratto ricongiunse i due lembi della porta, discese lungo lo stipite e raggiunse la piccola maniglia dipinta. Per qualche secondo non accadde nulla. Poi la porta si aprì. Una luce chiara attraversò il vestibolo. Non era violenta e non aveva il colore del fuoco. Somigliava alla luce del primo mattino, quando le cose emergono lentamente dal buio e tornano ad avere un nome. Lucilla lasciò la giacca di Elena. La bambina guardò il giardino oltre la soglia. Fra gli alberi dipinti, i rami si muovevano sotto un vento che nella villa non esisteva. I gelsomini ricoprivano il pergolato, aperti nel chiarore. In lontananza, una donna attendeva sul sentiero. Il suo volto era ancora indistinto, ma Lucilla lo riconobbe. «Mamma!» La parola le uscì dalle labbra decisa, senza paura, carica di speranza. Fece un passo, poi si fermò e si voltò verso Elena. Per la prima volta il suo volto non portava l’ombra di un’attesa. Era soltanto il viso di una bambina sul punto di raggiungere qualcuno che aveva cercato a lungo. Sorrise. Fu un sorriso piccolo, esitante, nato quasi per meraviglia. Eppure bastò a mutare l’intera villa. Negli affreschi si accesero colori che Elena non aveva mai liberato. Il cielo sopra i giardini tornò azzurro. I bambini abbandonarono i loro giochi immobili e alzarono il volto. La donna senza lineamenti riapparve accanto a Lucilla, giovane e serena. Dal fondo del vestibolo giunse un suono profondo. La figura d’ombra si piegò. Il suo corpo si allungò sulla parete, cercando appiglio nelle cornici, nelle crepe e nei volti dipinti. Per un momento Elena scorse al suo interno tutte le stanze della villa, una dietro l’altra, e tutte le persone che vi erano rimaste. Mani pallide sfiorarono la superficie dell’affresco e subito scomparvero. La casa non voleva morire. Le finestre si spalancarono. Il vento entrò nelle stanze, sollevò i teli e disperse la polvere accumulata negli anni. Le fiamme delle lampade si spensero una dopo l’altra. I muri scricchiolarono, ma nel loro cedimento non c’era rabbia. Sembravano trattenere a fatica qualcosa che ormai non poteva più restare. «Vai», disse Elena con tono deciso.

Lucilla attraversò la porta dipinta. La madre le tese la mano. Quando le loro dita si unirono, entrambe furono avvolte da un chiarore argenteo. Il profumo dei gelsomini si diffuse nella villa, cancellando la muffa, il legno marcio e la cera bruciata. Il giardino cominciò a dissolversi. Elena vide Lucilla allontanarsi lungo il sentiero. La bambina continuò a voltarsi finché gli alberi non la nascosero. La porta bianca rimase aperta ancora per pochi istanti, affacciata su una luce sempre più vasta. Poi l’affresco si spezzò. Un boato sordo attraversò la villa e salì fino al tetto. Una fenditura corse lungo il soffitto. Le travi gemettero, le vetrate crollarono sotto la pressione del vento e una pioggia di frammenti invase il vestibolo. Elena cercò di raggiungere l’ingresso, ma il pavimento iniziò a cedere. Cadde sulle ginocchia, ancora stringendo il pennello. Intorno a lei i muri si aprivano, mostrando strati di intonaco e pittura sovrapposti nel corso dei secoli. Per un momento tutte le immagini della casa furono visibili insieme. Nascite, feste, malattie, addii. Volti dipinti sopra altri volti. Ricordi usati per nasconderne altri più antichi. La villa intera si rivelò e, nello stesso istante, cominciò a scomparire. Elena si riparò il capo mentre pietre e calcinacci cadevano tutt’intorno. Nel frastuono le parve di udire delle voci che pronunciavano nomi. Lucrezia! Lucilla! Nomi dimenticati e nomi imposti, ripetuti fino a confondersi. Il muro davanti a lei si spalancò. Oltre la breccia riapparvero il giardino incolto e il viale che conduceva al cancello. Elena si rialzò e corse. I rovi le afferrarono i vestiti, come mani fameliche di morti che cercassero disperatamente di riemergere dalla terra umida e compatta. Non si voltò fino a quando non raggiunse le statue all’ingresso. La villa crollò dietro di lei. Non avvenne in un unico istante. Prima crollò il tetto, poi una parte della facciata. Le finestre si abbassarono lentamente, inghiottite da muri e travi. Infine lo scalone precipitò nel cuore dell’edificio e una nube di polvere avvolse ogni cosa. Elena sentì il terreno tremare. Poi venne il silenzio. Quando riaprì gli occhi, il cielo cominciava a schiarire. Era distesa fra l’erba alta, poco lontano dal viale. La rugiada le aveva bagnato i capelli e le maniche. Non ricordava più di essersi addormentata. Accanto a lei giacevano la valigia degli strumenti e la lettera anonima, annerita lungo i bordi. Della villa restavano soltanto pochi muri, coperti d’edera. Non sembravano rovine recenti. Le pietre erano consumate dalle piogge e affondate nella vegetazione. Radici spesse attraversavano le fondamenta. Un albero era cresciuto nel punto in cui avrebbe dovuto trovarsi il salone principale, con il tronco abbastanza largo da avere molti decenni. Elena si avvicinò. Tra i frammenti d’intonaco non trovò traccia dei giardini, delle feste o dei volti. Raccolse una scaglia sulla quale resisteva un poco di azzurro. Il colore si ridusse in polvere fra le sue dita. Tutto ciò che aveva cercato di salvare era perduto. Provò dolore, ma non rimpianto. Lucilla aveva attraversato la porta. Qualunque cosa fosse sopravvissuta della sua storia, non era più trattenuta in quelle stanze.

Forse salvare non voleva solo dire conservare. Talvolta bisognava permettere a ciò che restava di concludersi, per lasciare che la vita fluisse libera, senza impedimenti dettati dallo spirito. Ogni fine porta con sé sempre un nuovo inizio. Nella tasca della giacca sentì qualcosa di rigido. Estrasse il fiore a cinque petali trovato sul tavolo della sua stanza. Non era più secco. I petali erano divenuti bianchi e freschi, imperlati di rugiada; e il loro profumo sapeva di gelsomino. Elena lo depose delicatamente fra le pietre, come si depone una reliquia a cui si deve attenzione e rispetto. Raggiunse l’automobile e caricò la valigia nel bagagliaio. Prima di salire osservò ancora una volta le rovine. Nella luce dell’alba apparivano quiete. Soltanto pietre, erba e cielo. Non le sembrava ancora vero di aver vissuto quella incredibile esperienza. Mise in moto. Percorse lentamente il viale, evitando i rami caduti e le buche. Quando raggiunse il cancello, abbassò lo sguardo sulla lettera appoggiata accanto a sé. L’inchiostro era scomparso. Il foglio sembrava non essere mai stato scritto. Elena lo sfiorò, poi guardò nello specchietto retrovisore. Ebbe come un sussulto. Arrestò l’automobile. Fra le macerie resisteva una finestra intatta, che poco prima non aveva notato. Era come sospesa fra due pareti crollate, con i vetri puliti e la cornice bianca. Dietro si intravvedeva una stanza che le rovine non potevano contenere. Una piccola figura era ferma oltre il vetro. I capelli castani le scendevano sulle spalle. Una mano era appoggiata alla finestra, mentre l’altra stringeva fra le dita un fiore a cinque petali. Elena trattenne il respirò. La bambina sembrava guardarla intensamente. A poco a poco sul suo volto prese forma un sorriso che al principio era piccolo, esitante, per poi farsi sempre più grande, dando luminosità all’intero volto. Elena lo riconobbe immediatamente. Era la piccola Lucilla, finalmente libera.

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