Un sorriso dall’aldilà (Seconda parte)

Varcata la soglia, la luce si spense improvvisamente, come soffocata da un sudario. L’aria odorava di muffa, ferro arrugginito e legno fradicio, con un retrogusto dolciastro che ricordava i fiori appassiti delle tombe. Elena inspirò lentamente e si impose di separare le impressioni dalle informazioni. Era necessario rimanere calmi e razionali. Si ricordò allora di un’abitudine appresa durante il tirocinio in Tecniche di restauro degli affreschi: prima osservare, poi interpretare. L’umidità era elevata. Il pavimento presentava sollevamenti. Cosa al quanto strana, il grande portone dell’ingresso non era stato aperto di recente, sebbene qualcuno avesse dovuto predisporre l’incarico. La casa, inoltre, era più fredda dell’esterno. Estrasse una torcia. Il fascio di luce attraversò il vestibolo e incontrò un ampio scalone. Le lenzuola che coprivano i mobili sembravano assumere forme umane. Un lampadario pendeva dal soffitto come un grande ragno di cristallo, immobile sopra una distesa di polvere. Sul pavimento non apparivano impronte recenti. Alla sua destra, sopra un tavolino, si trovava una lampada a petrolio. Accanto c’erano una scatola di fiammiferi e una chiave. Qualcuno l’aspettava. Ma chi? Quella constatazione non la tranquillizzò. Accese la lampada. La fiamma esitò, si abbassò per poi immediatamente stabilizzarsi, diffondendo una luce giallo pallido. Solo allora Elena notò gli affreschi che correvano lungo i muri dell’atrio come ricordi pietrificati. La pittura, nascosta in più punti da veli biancastri e colature scure, conservava ancora una vitalità inattesa. Come nelle foto esaminate in precedenza, vi si aprivano giardini eternamente verdi, pergolati di glicini e tavole imbandite sotto cieli d’estate; uomini e donne, vestiti secondo mode diverse, sorridevano in una dolce estasi bacchica. Bambini saltellavano dentro cerchi dorati; altri inseguivano nastri e farfalle. Volti cancellati dall’umidità si alternavano a figure che riemergevano dalle lacune con un’intensità quasi dolorosa. Elena dimenticò per un momento la lettera, la porta aperta e il silenzio della villa. Si avvicinò alla parete senza toccarla. Il mestiere prese il sopravvento sulla paura. Seguì con lo sguardo le crepe, riconobbe le zone di distacco, valutò la perdita di coesione dell’intonaco. Sotto la polvere affioravano pigmenti di buona qualità. Inoltre, notò subito che le figure non appartenevano a un unico ciclo decorativo. Era evidente che qualcuno aveva dipinto quelle pareti in momenti diversi, forse per generazioni, sovrapponendo ricordi a ricordi. Una stratificazione dell’esistente. La villa sembrava aver usato i propri muri come un album di famiglia. Elena provò una intensa emozione che conosceva bene, ovvero il turbamento davanti a qualcosa che aveva resistito nel tempo senza sapere se qualcuno sarebbe mai più tornato a guardarlo. Non siete ancora perduti, mormorò. La sua voce si disperse nelle stanze vuote. Sollevò la lampada per osservare una scena quasi interamente nascosta da una patina grigia. Rappresentava una festa. Sotto una ghirlanda di fiori, alcuni bambini si tenevano per mano. Una bambina bionda rideva; un ragazzo sollevava un piccolo tamburo; un’altra figura, più arretrata, era stata danneggiata da una lunga fenditura che le attraversava il volto. Poi Elena notò il ritratto. Non faceva parte della festa. Era dipinto entro una cornice ovale, fra due porte, e appariva più recente degli altri affreschi. Raffigurava una bambina di forse nove anni, con i capelli castani sciolti sulle spalle e un abito chiaro chiuso al collo da un nastro nero. Aveva le mani posate in grembo e reggeva un fiore a cinque petali. Lo stesso fiore impresso sulla ceralacca. Elena avvicinò la lampada. Lo sguardo della bambina, velato di malinconia , sembrava oltrepassare la barriera del tempo per posarsi direttamente su di lei. Non era soltanto un effetto della prospettiva; ne era più che sicura. L’autore aveva dipinto quegli occhi con una precisione diversa dal resto del volto, quasi avesse concentrato in essi tutta la propria abilità, o tutta la propria disperazione. Elena sentì la pelle delle braccia incresparsi. Con cautela estrasse dalla borsa la lettera e confrontò il sigillo con il fiore dipinto. E anche in questo caso, non vi erano dubbi. Cinque petali stretti intorno a un centro scuro; sul più basso, una piccola incisione a forma di mezzaluna. Voltò il foglio, cercando qualcosa che potesse esserle sfuggito. La pergamena sembrò animarsi fra le sue dita. Alla luce calda della lampada, sul dorso della missiva cominciarono ad affiorare segni che nella sua casa-laboratorio non aveva notato. Si trattava forse di linee sottili tracciate con un inchiostro sensibile al calore? Elena avvicinò il foglio alla fiamma. Fu in quell’istante che una frase emerse lentamente, parola dopo parola, come l’araba fenice risorge dalle ceneri. Anche se ancora non perfettamente leggibile, il messaggio sembrava dire: Cominci dal volto di Lucrezia. Elena, come guidata da una forza cieca, alzò istintivamente gli occhi verso la bambina. Il vento, col suo lamento continuo, percorse il corridoio. La fiamma si piegò. Da qualche parte, al piano superiore, risuonò il rumore leggero di una porta che si chiudeva. Poi, per un istante così breve da poter essere scambiato per un riflesso, Elena ebbe l’impressione che le dita dipinte della bambina si stringessero attorno al fiore. Arretrò, urtando il tavolino. La chiave cadde sul pavimento. Nel silenzio che seguì, da dietro una delle pareti affrescate giunse un suono tenue e ostinato. No, non si trattava di un lamento, e nemmeno di una voce. Sembrava piuttosto il lento raschiare di una mano che cercava di liberarsi dall’intonaco. «Aiutami.»

La voce fu poco più di un soffio, tanto lieve che Elena credette di averla immaginata. Eppure la sentì vicina, quasi contro la nuca, e un brivido le corse lungo le braccia. Si voltò di scatto. Alle sue spalle non c’era nessuno. La lampada rischiarava il vestibolo per pochi metri, lasciando il resto della villa immerso in una penombra densa, palpabile. Gli affreschi continuavano a occupare le pareti con i loro giardini, le feste, gli sguardi che non vedono, e i sorrisi immobili. Il ritratto della bambina era ancora davanti a lei. Le mani dipinte continuavano a stringere il fiore a cinque petali e gli occhi scuri conservavano la stessa espressione malinconica. Elena raccolse la chiave caduta sul pavimento. Il rumore dietro la parete era cessato. Accostò l’orecchio all’intonaco, facendo attenzione a non sfiorarlo, e trattenne il respiro. Per qualche istante udì soltanto il battito del proprio cuore. Poi, da un punto imprecisato della casa, giunse un altro suono sottile. Poteva essere il vento nelle condutture, il legno che si assestava o l’acqua che scorreva dentro una parete. Poteva essere qualunque cosa. «C’è qualcuno?» La domanda si propagò nelle stanze e tornò indietro indebolita. Nessuno rispose. Elena rimase ancora un poco davanti al ritratto. Sulla carta, fra le sue dita, la frase nascosta era ormai perfettamente visibile. Cominci dal volto di Lucrezia. Il nome le procurò una sensazione difficile da definire. Non era paura. Piuttosto appariva come il disagio di chi si accorge di essere entrato in una storia già cominciata, nella quale tutti conoscono la sua parte tranne lui. Si obbligò a ragionare. La voce poteva essere stata un’allucinazione uditiva. L’intonaco lesionato spiegava il raschiare. Anche il movimento delle dita della bambina era facilmente attribuibile alla fiamma instabile. L’edificio era vecchio, umido, pieno di correnti d’aria. Un ambiente simile produce suoni, mutamenti di luce improvvisi, odori. E basta un po’ di stanchezza a trasformarli in presenze. Ma rimanevano la lettera, l’inchiostro nascosto e il fiore ripetuto nel dipinto. Elena riportò l’attenzione sul lavoro. Era il modo più sicuro che conosceva per difendersi da ciò che non comprendeva. Fotografò il ritratto, prese nota delle lesioni e segnò sulla planimetria la posizione delle aree più fragili. Il volto della bambina presentava un velo grigiastro che le copriva parte del volto, più spesso lungo il lato sinistro. Una crepa partiva dalla cornice dipinta e si fermava poco sotto l’occhio. Non sembravano danni irreparabili. Avrebbe iniziato da lì.

La parte abitabile della villa era limitata a poche stanze al pianterreno. In una camera laterale qualcuno aveva preparato un letto, una brocca d’acqua e della biancheria pulita. Nella cucina trovò provviste sufficienti per alcuni giorni. Non erano abbondanti, ma erano fresche. Sul tavolo c’era persino una pagnotta avvolta in un telo grezzo e, accanto, un mazzo di erbe aromatiche. Quella cura silenziosa la turbò più dell’abbandono. Chi aveva disposto ogni cosa conosceva la data del suo arrivo. Forse si trovava ancora nella villa e preferiva non mostrarsi. Ma perché? A quale scopo? Elena percorse le stanze accessibili, chiamando più volte, ma non incontrò nessuno. Le porte del piano superiore erano chiuse. La chiave raccolta nel vestibolo non entrava in nessuna serratura. La sera telefonò al numero indicato nella lettera. Rispose una voce registrata, priva di nome. «Il lavoro può avere inizio. Le istruzioni necessarie si trovano nella casa.» Seguì un lungo silenzio. Elena attese inutilmente un segnale per lasciare un messaggio. Poi la comunicazione si interruppe: la copertura cellulare in quel posto era quasi assente. Avrebbe dovuto andarsene. Tornare in città. Chiuse la porta della stanza e appoggiò una sedia sotto la maniglia per sentirsi più sicura. Controllò due volte le finestre e sistemò la torcia sul comodino. Si distese senza spogliarsi del tutto, ma dietro la paura continuava a vivere una curiosità più forte. Qualcuno le aveva affidato quel ciclo di affreschi. E quel qualcuno non poteva non conoscere il valore delle immagini e aveva scelto di salvarle. Rinunciare alla prima notte avrebbe significato abbandonare non solo un incarico, ma un’intera memoria al deterioramento. Elena chiuse gli occhi e si ripeté che sarebbe rimasta solo il tempo necessario a un esame preliminare. Fu allora che cominciarono i sogni. La prima notte si trovò in piedi nel vestibolo. La villa era identica a come l’aveva vista poche ore prima, ma non c’erano muffa né polvere. I colori degli affreschi apparivano vivi. Le foglie dei giardini dipinti avevano sfumature profonde, le vesti delle figure erano rosse, azzurre e dorate. Le lampade ardevano lungo le pareti, benché non producessero calore. Una bambina la aspettava ai piedi dello scalone. Elena ne vedeva soltanto la schiena. I capelli castani scendevano sciolti sull’abito chiaro. Quando la bambina tese una mano, Elena la prese senza domandarsi perché. Le dita erano fredde e sottili. Camminarono insieme. Attraversarono corridoi che Elena non aveva visitato e che forse nemmeno esistevano. Ogni volta che raggiungevano una porta, la bambina la apriva. Oltre la soglia non comparivano camere, finestre o scale, ma solo una intensa oscurità. Alla terza porta Elena cercò di ritirare la mano, ma la stretta si fece più salda. «Dove mi stai portando?» chiese.

La bambina non rispose. Elena si svegliò prima dell’alba. La sedia era ancora sotto la maniglia e la porta non si era aperta. Eppure aveva i piedi sporchi di polvere. Li osservò a lungo, seduta sul bordo del letto. Ma non ricordava di essersi alzata; e non trovò impronte sul pavimento, tranne le proprie, lasciate la sera precedente. Si lavò e decise di non attribuire importanza all’accaduto. Poteva essersi sporcata prima di coricarsi. La mente, ancora impigliata nel sonno, aveva soltanto collegato quella sensazione al sogno. Al mattino iniziò il lavoro sul ritratto. Allestì un piccolo cantiere davanti alla parete e procedette con la cautela che le era stata insegnata. Prima esaminò l’intonaco. Poi eseguì alcune prove di pulitura nelle zone marginali, scegliendo metodi delicati e reversibili. Ogni gesto richiedeva tempo. Elena non aveva mai considerato la lentezza un difetto. Anzi, tutt’altro. Nel restauro, la fretta voleva dire distrazione, e una distrazione poteva cancellare ciò che aveva resistito per secoli. A poco a poco il grigio cominciò a ritirarsi. Da sotto la patina emerse la guancia della bambina, pallida ma non completamente esangue. Tornò visibile una ciocca di capelli e poi il bordo sottile del nastro. Elena lavorava per ore in silenzio, completamente assorta in se stessa, provando quella sensazione di concentrazione assoluta che aveva sempre cercato. In quei momenti il mondo intero si riduceva alla parete, alla pressione della mano su di essa, e alla risposta della materia a quel lavorio chirurgico. Il volto, liberato dalla sporcizia, non divenne più sereno. Al contrario, la sua malinconia si fece più netta, più evidente, più vera. L’autore aveva dipinto una lieve tensione attorno alle labbra, come se la bambina stesse cercando di trattenersi dal parlare. Elena le rivolse la parola. All’inizio lo fece per abitudine. Non era la prima volta. Durante i lavori più lunghi le capitava di rivolgersi alle figure che restaurava. Raccontava loro ciò che stava facendo, si lamentava della luce insufficiente o chiedeva perdono quando doveva rimuovere un ritocco maldestro. Era una piccola forma di compagnia e, al tempo stesso, un modo per ricordare che quelle immagini erano state create da qualcuno per essere guardate. «Non so chi ti abbia dipinta», disse, «ma doveva conoscerti molto bene.»

Gli occhi della bambina sembravano riflettere la luce della lampada. «E doveva volerti bene.» Aggiunse ancora Elena. Dal corridoio si udì nuovamente un lieve rumore. Elena ebbe un moto di soprassalto. L’idillio di quel momento sembrava essersi spezzato. Allora depose lo strumento e ascoltò. Sembrava il rumore di piccoli passi, irregolari, subito assorbiti dal silenzio. Uscì dal vestibolo, ma non vide nessuno. Una delle porte che la sera prima aveva trovato chiusa adesso era socchiusa. Oltre la soglia c’era una stanza vuota. Sulla parete di fondo, in mezzo a vaste zone di intonaco caduto, sopravviveva un frammento di affresco. Mostrava la stessa bambina seduta accanto a una donna. Il volto della donna era stato cancellato con cura. L’umidità e l’usura del tempo non c’entravano nulla. Qualcuno l’aveva raschiato via. Sotto l’immagine, quasi nascosta dallo zoccolo di legno, Elena trovò una scritta incisa. Non chiamarla con il nome che le hanno dato. Tornò alla parete del vestibolo. La frase apparsa sulla lettera le sembrò improvvisamente meno simile a un’istruzione e più simile a un avvertimento mal compreso. Cominci dal volto di Lucrezia. La bambina era davvero Lucrezia? Quella notte sognò ancora la villa. La piccola mano la guidò lungo lo stesso corridoio, ma questa volta Elena sentiva provenire dalle pareti un mormorio confuso. Non riusciva a distinguere le parole. Le figure dipinte seguivano il loro passaggio con gli occhi, mentre i loro sorrisi rimanevano immobili. «Ti chiami Lucrezia?» domandò. La bambina si arrestò. E per la prima volta si girò verso di lei. Aveva il volto del ritratto, ma sembrava più giovane e più stanco. Guardò Elena senza parlare. Poi scosse lentamente il capo. «Come ti chiami?» Le labbra della bambina si mossero, ma il mormorio delle pareti crebbe fino a coprire la risposta. Soltanto al risveglio Elena ricordò di aver udito un suono breve, forse un nome. Lucilla. La seconda giornata trascorse sotto una pioggia fitta. L’acqua batteva contro le finestre e filtrava in alcuni punti del soffitto. Elena protesse le pareti più esposte e continuò il rilievo. Si accorse presto che la bambina compariva in molti affreschi. Talvolta era al centro della scena, talvolta quasi nascosta. Altre volte si trovava dietro una tenda durante una festa; oppure osservava da una finestra i giochi degli altri bambini. Ma una cosa era certa: era sempre sola. Anche quando le figure le stavano accanto, nessuno la guardava. Nessuno le tendeva una mano. L’unica eccezione era la donna dal volto cancellato. Nei pochi frammenti in cui apparivano insieme, il suo corpo era sempre inclinato verso la bambina in un gesto di protezione. Elena fotografò ogni immagine. Le differenze stilistiche indicavano che gli affreschi erano stati dipinti nel corso di molti anni, forse da mani diverse. Eppure la bambina non cresceva mai. Conservava la stessa età, lo stesso abito, lo stesso nastro nero.

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