L’anello del diavolo -(Torino, seconda metà Ottocento)

Il conte Amedeo Malaspina dello Spino secco (Part I)

Il giovane conte Amedeo Malaspina dello Spino Secco apparteneva a una stirpe antica, un tempo rispettata e temuta, ora dimenticata e chiacchierata. I fasti della sua casata erano svaniti come la polvere sui velluti delle poltrone del palazzo di famiglia, ormai invaso dalle ragnatele e dal silenzio. Amedeo, cresciuto tra illusioni di grandezza e una educazione rigida, che non trovava più riscontro nel mondo moderno, si era abbandonato a una vita dissoluta. Natura violenta e appassionata, amico del fasto nel vestire e nel parlare, detestava la società di massa, l’egualitarismo e la cultura del lavoro. Sdegnoso dell’umile realtà, non faceva alcuna distinzione tra borghesi e proletari, entrambi considerati mediocri e volgari. A loro preferiva gli eccentrici suoi pari per blasone o i teppisti dei bassi fondi della città. Insomma, amava gli estremi. Sempre in cerca di guai, al conte piaceva giocare sul filo del rasoio, tra scelleratezze delinquenziali e raffinatezza dandy. Lo stile era tutto. Mai rapinare qualcuno se la toeletta non è perfetta, si correrebbe il rischio di passare per dei maleducati. Amava i paradossi, le provocazioni e si vantava delle sue infinite contraddizioni; così naturali, che nasconderle era un insulto alla vita stessa. Coerente col proprio modo d’essere, il giovane conte viveva al di sopra delle sue possibilità economiche: feste, debiti, amori fugaci, risse e promesse mai mantenute, lo avevano ridotto sul lastrico.

Il vivere forsennato, rivolto al continuo soddisfacimento dei sensi, gli causava spesso momenti di tristezza e angoscia insopportabili. Come se il suo ego avesse fatto terra bruciata intorno a lui. Una sera d’autunno, in cui una pioggia sottile si insinua nelle ossa, mentre vagava distratto per le vie della città con il bavero alzato e l’animo in tempesta, Amedeo entrò in una vecchia bottega che vendeva libri usati e anticaglie. Dentro, il tempo aveva steso il suo sudario di polvere ovunque, e l’aria densa sapeva di muffa, incenso e carta antica. La luce tremolante di un candelabro a sette bracci rivelava scaffali che si arrampicavano fino al soffitto, colmi di volumi rilegati in pelle, alcuni con fermagli metallici, altri con titoli cancellati dall’usura del tempo e dall’unto di polpastrelli avidi di sapere. Tra i libri facevano capolino strani oggetti. Globi celesti, clessidre rotte, maschere tribali, ossa di animali, crocifissi in bronzo, ampolle con liquidi iridescenti, animavano quel posto misterioso e dimenticato. In un angolo, una vera e propria wunderkammer, o “camera delle meraviglie”, ospitava reliquie che sembravano uscite dall’antro di un mago: una mano mummificata, un uovo di serpente fossilizzato, un cuore essiccato sotto vetro, un piccolo teschio umano con una crepa perfetta al centro. Sopra, una targhetta: “Oggetti non in vendita. Osservare con rispetto”. Il pavimento scricchiolava sotto i suoi passi, mentre il silenzio era rotto solo dal ticchettio di un vecchio orologio a pendolo, scolpito con motivi gotici, con due scheletri d’avorio incastonati ai lati, silenziosi guardiani del tempo.

Il proprietario, un vecchio dal volto scavato, il naso adunco, con uno zuccotto di feltro adagiato sul capo, e gli occhi inquieti, emerse da dietro una tenda cremisi. «Cercate qualcosa che non sapete di volere», disse, senza chiedere il nome, e gli mostrò un piccolo cofanetto di legno. «Questo non è un libro, è un destino». Al suo interno, c’era un anello d’argento annerito dal tempo, con sopra inciso un teschio e due ossa incrociate. «Apparteneva a François Delombre», sussurrò il perfido libraio, «ipnotizzatore e negromante francese. Si dice che chi lo indossa ottenga vent’anni di fortuna in amore e ricchezza… prima di morire». A quelle parole, Amedeo si ridestò di colpo. Che importava? Vent’anni di gloria e successi erano più di quanto potesse sperare. Il mondo moderno lo aveva respinto, ma il mondo antico ora sembrava offrirgli una nuova possibilità. Sorrise beffardamente. E senza esitare, infilò l’anello al dito. Il freddo del metallo gli attraversò la pelle con un brivido. Ebbe uno strano presentimento, che subito respinse. Era di nuovo il momento di mordere la vita.

I mesi seguenti furono un trionfo. Donne bellissime e influenti lo cercavano, lo amavano, lo idolatravano. Il denaro gli pioveva addosso come una benedizione del cielo: regali, eredità inattese, investimenti fortunati, doni sontuosi da ammiratori anonimi. Il giovane conte dalla bellezza inquieta, tornò a vivere i salotti più esclusivi, dove la sua figura elegante e il suo sguardo magnetico incantavano tutti. Ogni porta si spalancava al suo passaggio. Ogni desiderio, anche il più oscuro, trovava soddisfazione. Era l’uomo del momento, che tutti volevano, ma che in realtà nessuno conosceva davvero. La città era ai suoi piedi. Ma il tempo, come l’anello, aveva un prezzo molto più caro del denaro stesso. Una sera d’inverno, mentre camminava lungo il Po, avvolto nel suo cappotto sciancrato, vide spuntare dalla nebbia un uomo che gli fece segno di fermarsi. «Quell’anello è mio», disse con voce ferma, ma priva di emozioni. «E’ tempo che torni a me». Amedeo lo fissò, il cuore gli si strinse improvvisamente in un gelo innaturale. Alto, magro, con gli occhi che brillavano di una strana luce maligna, l’uomo non pareva in sé minaccioso, ma qualcosa in lui era profondamente sbagliato. Come se fosse venuto da un tempo diverso. O da un luogo che non era di questo mondo.

Il custode del patto (Parte IIº)

L’uomo che fermò Amedeo, non sembrava avere una età definita. Il suo volto era scolpito nel marmo antico, eppure era così vivo. Indossava un vecchio mantello nero, logoro ai bordi, e portava con sé un bastone d’ebano intarsiato con simboli alchemici. «Tu hai stipulato un patto», disse, «non con me, ma con il tempo stesso». Amedeo ebbe un sussulto, come osa parlarmi così, pensò, ma la voce gli morì in gola. «Il patto? Io ho solo indossato un anello. Nessuno mi ha parlato di condizioni». La tensione tra i due andava aumentando. La nebbia intanto si era fatta più fitta. Amedeo attendeva la risposta dell’uomo, la cui calma sapeva di minaccia incombente. «Il patto è antico. Non si firma con l’inchiostro, ma con il desiderio. Tu hai scelto. E ora il tempo reclama ciò che gli spetta. I vent’anni sono prossimi alla scadenza», disse, avanzando di un passo. Il bastone toccò il suolo, e per un istante il tempo parve rallentare. L’uomo era Delombre, o ciò che ne restava. Era il custode del ciclo. L’ombra che si manifesta quando il debito è maturo. Ogni vent’anni, l’anello sceglie un nuovo portatore. E ogni vent’anni Delombre torna per raccogliere ciò che è stato promesso: l’anima consumata dal piacere. «Hai vissuto come volevi. Ora vivrai come sei», sentenziò.

Amedeo, accecato dalla rabbia, si scagliò contro l’uomo dal mantello nero. La disperata reazione si infranse però contro una barriera invisibile, e il contraccolpo lo scaraventò a terra. «Sciocco», sibilò l’uomo, «non puoi combattere contro ciò che tu stesso hai invocato». Amedeo non ascoltava. Il panico aveva preso il posto della rabbia. Si rialzò barcollando e fuggì, stringendo a sé l’anello come fosse l’ultima reliquia di un dio morente. Il suo ego, nutrito da anni di lussi e adulazioni, non poteva concepire la fine. Nella fuga le strade di Torino parevano senza via d’uscita. Il mondo lo stava respingendo. Rifugiatosi nel palazzo di famiglia, cercò disperatamente di rianimare l’anello. Voleva ancora essere al centro del mondo; senza gli altri, senza il loro consenso, senza la loro adulazione, si sentiva perso. Vuoto. Morto. Inutile. Anonimo. No! Non avrebbe permesso a nessuno, nemmeno al diavolo, di portargli via la vita tanto agognata. Ma da quel momento la sua esistenza cominciò a sgretolarsi. L’antica dimora tornò improvvisamente alla decadenza di un tempo. Le notti si fecero interminabili. Sogni oscuri, visioni di tombe aperte, balli macabri e specchi che riflettevano volti che non erano il suo, gli divoravano l’anima. I salotti lo evitavano. Le fortune, lentamente, ma inesorabilmente, iniziarono a dissolversi. Gli amici si facevano sentire sempre più raramente e le donne non lo cercavano più. Amedeo capì che ogni desiderio esaudito aveva un prezzo. E che il tempo del pagamento era arrivato.

Disperato, cercò ugualmente di riavere ciò che gli spettava: provò a rianimare l’anello. Lo strofinava, gli sussurrava parole dolci, come si fa con un amante stanca, bisognosa di attenzioni. Lo fissava, cercando un segno, un bagliore, un sussurro. Ma nulla. L’anello era freddo; morto. Solo il ticchettio lento dell’orologio a pendolo, unico superstite di un passato sontuoso, a fargli compagnia. Vent’anni sono passati veloci, pensò, come un treno in corsa nella notte; non l’hai visto arrivare, hai solo sentito il fischio lontano, poi il vento che ti ha sferzato il volto e il bagliore dei fanali che ti ha accecato per un istante. Ti volti, solo silenzio e binari vuoti che si perdono nell’oscurità. No, vent’anni non erano nulla davanti all’eternità. Ne avrebbe voluti altri venti, e altri venti ancora, e così via, all’infinito. Il desiderio umano non conosce limiti. Nel silenzio ovattato della sua dimora ormai spoglia, il conte si sedette davanti allo specchio incrinato della sua camera, stringendo l’anello tra le dita. Fu allora che lo sentì: non un suono, ma un vuoto. Un’assenza. Qualcosa dentro di lui si era spento. Si alzò a fatica e aprì le tende. La luce del mattino filtrava pallida, rivelando un giardino incolto, dove un tempo si tenevano ricevimenti e balli. Le statue erano coperte di muschio, le fontane asciutte. Il mondo promessogli dall’anello, era ormai un ricordo lontano; non c’era più magia. L’anello aveva smesso di scegliere lui. E lui non era più nessuno. Cadde in ginocchio, in segno di resa. Le mani tremanti lasciarono cadere l’anello sul pavimento. Nessun suono mistico, nessuna reazione. Solo un tintinnio metallico, insignificante. Il conte lo guardò, e per la prima volta, non provò rabbia. Ma solo una profonda, immensa malinconia, nel ricordare i fasti perduti di un tempo.

Ma ecco che subito la rabbia gli afferrò nuovamente il cervello: «Che tu sia maledetto!», urlò il conte, rivolto all’odiato monile, quasi fosse un essere vivente, e lo gettò via, il più lontano possibile da sé, giù nel giardino, tra il fitto della natura selvaggia che aveva ripreso il sopravvento su quel luogo abbandonato. Ma al mattino se lo ritrovò al dito. Come un marchio. Come una condanna. Provò a dargli fuoco. Lo immerse nell’acido. Lo sotterrò. Ma nulla. L’anello era di nuovo al suo dito, freddo come la morte, indifferente al dolore, come se si nutrisse di quella disperazione. La sua casa era diventata un labirinto di specchi coperti, di porte sbarrate, di candele consumate. Non riceveva più nessuno. Non parlava più. Viveva nel terrore di quel ritorno. Perché sapeva che l’uomo misterioso sarebbe tornato. E che l’anello, suo malgrado, lo stava preparando a quel momento. E così, giorno dopo giorno, il conte si consumava, per la presenza di quell’oggetto che lo aveva reso grande. E che ora lo aveva schiavizzato. Distruggendolo!

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