La Casa delle Ombre
Nel cuore dell’acquese, tra le colline ricoperte di vigneti colorati, sorgeva una villa abbandonata che nessuno osava avvicinare. I vecchi del paese la chiamavano: La Casa delle Ombre. Dicevano che chiunque vi entrasse non ne usciva più, o se lo faceva non era più lo stesso. Si trattava solo di una leggenda. Nel Terzo Millennio non c’è posto per le storie sui fantasmi, o masche, come si chiamano da queste parti, a cui solo vecchi e bambini osano ancora darvi retta. I primi per tenere desta la memoria di tradizioni destinate a scomparire in un mondo che va sempre più velocemente trasformandosi, i secondi invece per volare con la fantasia e dare un po’ di adrenalina alle loro estati noiose e lente, trascorse in quel posto dimenticato da Dio e dalla Costituzione. Ma il vociare dei bambini lungo le strette e ripide vie del paese, era ormai un lontano ricordo. Restavano solo più i vecchi, con le loro antiche storie da raccontare. Villa Smeralda, il vero nome della Casa maledetta, al solo passarle accanto manifestava tutta la sua essenza maligna. Impossibile rimanerle indifferente. Un po’ come quando per strada s’incontrano persone che, senza un motivo apparente, ci suscitano una strana inquietudine. La strana Villa si trovava in cima al paese, circondata dagli alberi e dalla foschia, quasi appartenesse ad un mondo altro. Nessun abitante del paese passava mai da quelle parti. E quando era costretto a farlo, si faceva il segno della croce e affrettava il passo.
Curtius
Accadde una sera d’autunno, quando l’aria sa di foglie bagnate e una leggera malinconia avvolge uomini e cose, che Curtius, studente annoiato e sfaccendato di filosofia, venne a conoscenza della Villa. Seppur indagatore razionale dell’esistente, non aveva scelto filosofia a caso, aveva una particolare predilezione per il lato notturno della vita, per ciò che sfugge alla logica e si annida nei margini del reale; anche se provava una certa riluttanza ad ammetterlo. Da bambino aveva passato settimane in ospedale dopo una febbre misteriosa, e da allora gli capitava, a volte, di non riconoscere il proprio riflesso per un istante. Ma erano i suoi interessi a parlare per lui: storie fanta-horror, b-movie dimenticati, teorie del complotto, antichi enigmi irrisolti, e quella sottile vertigine che si prova davanti all’inspiegabile. L’esatto opposto di sistemi assoluti e astrazioni varie con cui quotidianamente doveva confrontarsi per dare una risposta poco convinta alle cose della vita e degli uomini. Quella sera, qualcosa lo turbava. Forse il cambio di stagione, forse il peso dei doveri accademici, fatto sta che, dopo aver chiuso il tomo di teoretica con un gesto stanco, Curtius si abbandonò al suo rituale segreto: il surfing notturno, alla ricerca di storie macabre e, magari, di un luogo misterioso da esplorare. Era molto che non faceva una gita fuori porta. Fu allora che gli capitò di imbattersi in Deadzone, una webzine che ancora non conosceva, ispirata a una serie televisiva di genere fantastico, che strizzava l’occhio alla Zona morta di Stephen King, dove un insegnante, ridestatosi dal coma, inizia ad avere visioni di eventi passati e futuri. La ‘zine aveva anche un settore dedicato ai misteri del Piemonte. Era proprio quello che ci voleva. Magari salta fuori qualcosa per la prossima escursione. A dire il vero non c’era scritto molto su Villa Smeralda. Le uniche notizie riportate narravano di una villa liberty, ormai abbandonata da tempo, ubicata a Malvicino, nel Monferrato, dalle parti di Acqui Terme, soprannominata: La casa delle ombre. Si diceva che fosse infestata, e che nelle notti più scure, i suoi inquilini senza forma né volto, uscissero fuori a terrorizzare il paese intero.
Intanto la notte calò su Torino con una pioggia sottile, quasi impercettibile, che sembrava voler lavare via i pensieri. Ma Curtius non trovava pace. Disteso sul letto, gli occhi fissi al soffitto, sentiva il battito del cuore accelerare ogni volta che il pensiero tornava a lei. A Villa Smeralda. Caso o destino esserne venuto a conoscenza? Ogni tentativo di distrazione falliva miseramente. Aveva provato a mettere musica, persino a riprendere il tomo di filosofia teoretica, ma nulla riusciva a scalfire quella presenza mentale, che lo avvolgeva come una nebbia densa. Era come se la casa fosse animata e lo stesse chiamando a sé, non con parole, ma con immagini, sensazioni, odori. Il profumo umido del muschio, il cigolio di una porta, il riflesso violaceo di una vetrata. Alle cinque del mattino, Curtius si alzò. Camminava scalzo sul parquet. Infreddolito e frastornato, aprì la finestra e guardò il cielo: nessuna stella, solo nuvole. Eppure, in quel buio, vide qualcosa: un corridoio, una scala a chiocciola, uno specchio. Si sedette al tavolo della cucina e cominciò a scrivere. Non sapeva cosa. Le parole fluivano come dettate da una presenza invisibile: “E’ la villa. È ciò che contiene. È ciò che ricorda. È ciò che aspetta.” Quando l’alba cominciò a filtrare tra le tende, Curtius era esausto. Rimase immobile. Il cursore lampeggiava sullo schermo, come un occhio che lo osservava. Sentiva chiaramente che doveva vedere Villa Smeralda, non per curiosità, non per studio, ma per conoscenza. E in quel momento, tra il battito del suo cuore e il silenzio della stanza, capì che doveva andare a Malvicino.
La Villa
Curtius era arrivato a Malvicino nel tardo pomeriggio, quando il sole al tramonto cominciava a tingere di rame le colline. Il villaggio giaceva immobile. Le case di pietra annerita, con i tetti sbriciolati e le imposte marcite, non mostravano segni di vita. Solo i corvi, appollaiati sui comignoli spezzati, rompevano il silenzio con un gracchiare lugubre. In cima alla collina, circondata da una leggera foschia, che sembrava segnare il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, sorgeva la villa. Curtius aveva parcheggiato l’auto ai margini del paese, deciso a salire fin lassù a piedi, attraverso un sentiero accidentato, fiancheggiato da castagni contorti e sofferenti. Ogni passo sembrava attutito, come se il terreno stesso volesse impedirgli di avvicinarsi. Arrivato a destinazione, Curtius fu sopraffatto da un sinistro senso di fascinazione misto a repulsione. La villa, con la sua eleganza decadente, si ergeva misteriosa tra gli alberi. I motivi floreali scoloriti lungo i muri sembravano sussurrare storie dimenticate, le vetrate opache, screziate dal muschio e dalla polvere, simili a orbite vuote, ne amplificavano il senso di angoscia e di abbandono. Curtius si guardò intorno. Capì di essere completamente solo. Oltre a lui e alla villa, in quel posto non c’era nessun altro. Pensò che forse era il caso di scattare qualche foto per immortalare il momento tanto atteso. Estrasse dallo zaino il telefono cellulare, quando dal bosco giunsero dei rumori confusi. Ebbe un’esitazione. Rimase immobile per alcuni minuti, che sembravano interminabili. Chi poteva essere? Pensò. Cinghiali? Paesani? O semplici curiosi che come lui erano venuti a conoscenza della villa?
Il cielo intanto si era fatto sempre più scuro, eppure Curtius non riusciva a distogliere lo sguardo dalla villa. Si dimenticò dei rumori. Si dimenticò delle foto. Ogni fibra del suo corpo gli diceva di fuggire, ma ogni pensiero lo spingeva ad entrare. Armato di torcia e curiosità, varcò il cancello arrugginito. La porta si aprì da sola, con un gemito lungo e profondo, come se la casa o qualcuno lo stesse aspettando. Dentro, il silenzio si popolò di bisbigli, le assi scricchiolanti sotto i suoi passi somigliavano a lamenti soffocati. I muri trasudavano umidità, e ogni suo movimento gli sembrava rimbombare all’infinito. Salì lungo una scala a chiocciola, polverosa e instabile, e trovò una stanza con un grande specchio incrinato. Quando vi si avvicinò, vide il suo riflesso. Ma qualcosa non tornava. Il suo volto nello specchio sorrideva, mentre lui non sorrideva affatto. Sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi. Poi, il riflesso si mosse, e lentamente uscì dallo specchio. Curtius indietreggiò, inciampando su un tappeto marcio. Cadde a terra. Il riflesso uscì completamente dallo specchio, camminando con passo lento ma inesorabile verso di lui. Curtius si alzò e cercò di fuggire, ma la porta d’ingresso era svanita. La casa iniziò ad animarsi. Le pareti si stringevano, il soffitto si abbassava. Ogni oggetto sembrava vivo: le sedie si muovevano, i candelabri danzavano, i quadri piangevano, e le porte si chiudevano da sole.
Nel fitto buio, in cui era immerso quel dedalo di corridoi, centinaia di occhi lo osservavano; non era solo; non lo era mai stato da quando era giunto fin lassù. Il volto nello specchio aveva assunto la forma di Curtius, ma i suoi occhi erano completamente neri, privi di pupille. Il sorriso si allargava innaturalmente, come se la pelle si stirasse oltre il possibile. Così tornò indietro, verso il corridoio principale, ma ogni stanza che attraversava era diversa da prima. Una era piena di fotografie di lui, scattate in momenti che non ricordava. Un’altra conteneva una tavola apparecchiata, con piatti pieni di carne cruda… e al centro, un posto vuoto con il suo nome inciso sul piatto. Poi, sentì una voce. Era la sua. Ma parlava in un dialetto antico, mescolato a sussurri incomprensibili. “Tu sei il dono. Tu sei il ricordo. Tu sei la chiave.” Curtius capì che la casa non era solo maledetta. Era viva. E si nutriva di identità. Ogni persona che vi entrava veniva duplicata, svuotata, e lasciata a vagare come un’ombra. Il suo doppio lo stava già sostituendo nel mondo esterno. Non c’era un minuto da perdere. Bisognava distruggere lo specchio. Quel manufatto era la porta d’accesso ad un’altra dimensione. Con un ultimo sforzo, salì nuovamente lungo la scala a chiocciola inciampando più volte, mentre la casa sembrava stringersi attorno a lui, come se volesse inghiottirlo. Le pareti sudavano, dal soffitto gocciolava una sostanza viscida, l’uomo avanzava a tentoni, il cuore gli martellava il petto. A ogni suo passo il pavimento si piegava, le ombre si allungavano come dita affamate pronte ad afferrarlo. Dal fondo del corridoio, lo specchio lo chiamava. Giunto dentro la stanza, afferrò un candelabro arrugginito e lo scagliò contro il vetro. Un urlo agghiacciante riempì la casa. Lo specchio esplose in mille frammenti, che si dissolsero in un fumo nero che si infilò tra le assi del pavimento. E tutto si fermò. Silenzio.
Il giorno dopo
Quando si risvegliò, Curtius era all’aperto, appena fuori dal cancello della villa, sdraiato sull’erba umida, Il sole stava sorgendo, ma non portava conforto. Il corpo indolenzito, la mente annebbiata. Per un attimo pensò di aver sognato tutto. Ma lì vicino, a terra, c’era la torcia, ancora accesa, tremolante. Frugò nello zaino: niente telefono, niente portafoglio. Il silenzio attorno era troppo denso, troppo irreale. E l’idea di dover rientrare nella casa, a cercarli, lo faceva trasalire. No, non si trattava di un sogno. Era tutto vero. Si alzò lentamente, con la sensazione che ogni suo movimento fosse osservato. Il villaggio di Malvicino sembrava identico a prima, eppure qualcosa era cambiato. Le case erano sempre annerite, le imposte marce, ma ora sembravano più… vive! Come se la pietra stessa si fosse ridestata da un sonno atavico. Camminando lungo la via principale, Curtius percepiva sguardi dietro ogni tenda, ogni fessura. Occhi che non cercavano di nascondersi, ma di misurarlo. Di riconoscerlo. Come se condividessero con lui lo stesso destino. Una vecchia lo fissava da una finestra, immobile. Quando Curtius la guardò, la donna sorrise. Ma non era un sorriso sincero: era lo stesso sorriso che aveva visto nello specchio. Curtius accelerò il passo. Ogni angolo del paese sembrava familiare, ma distorto. I cartelli stradali avevano le lettere invertite, l’insegna dell’unico negozio era sbiadita, e il tempo sembrava sospeso. Nessun rumore, nessun vento, nessuna voce. Solo lui, e quel senso crescente di estraneità dal mondo e da se stesso. Arrivò alla piazzetta centrale, dove c’era una fontana, la cui acqua era nera, immobile. Sul bordo, incisa nella pietra, una frase in latino: “Speculum est via, non fine.” Lo specchio è la via, non la fine.
Curtius si sedette su una panchina, frastornato, cercando di raccogliere i pensieri. Ma la sua mente era invasa da continue immagini fortemente evocative: il riflesso, la voce, le stanze mutevoli, gli oggetti parlanti. E poi… poi quel dettaglio inquietante—non ricordava di aver mai visitato Malvicino prima di allora. Eppure, ogni angolo gli sembrava famigliare. Come se ci fosse già stato. Un uomo anziano si avvicinò, con passo lento e bastone di legno, la cui impugnatura era rappresentata dalla testa di un caprone. Lo guardò a lungo, poi disse: “Non sei il primo. Ma sei il primo che torna.” Curtius cercò di rispondere, ma la voce gli morì in gola. “Ti hanno lasciato uscire,” continuò l’uomo. “Ma non sei solo. Non lo sarai mai più.” Poi si girò e scomparve tra i vicoli. Curtius aveva notato che anche il viso di quel losco figuro, aveva le fattezze del suo…volto! Si alzò di scatto, deciso a fuggire. Si guardò intorno. Non c’era nessuno. Quando in un attimo si ritrovò circondato. Quegli esseri senza anima, non camminavano, vagavano, senza far rumore, come mossi da fili invisibili. I loro volti erano il suo. I loro occhi erano spenti, e le bocche sogghignanti. Lo guardavano come si guarda un animale ferito: con fame, non con pietà. Il respiro gli graffiava la gola, le gambe erano macigni. Il cuore batteva all’impazzata, come a ricordargli che era ancora vivo — ma per quanto? Il paese lo voleva. Non per ucciderlo, ma per sostituirlo; per cancellarlo con una copia perfetta, senza memoria, senza voce. No, non sarebbe mai diventato uno di loro! Si fece largo a spintoni fra quella selva di braccia e mani deformi che si allungava verso di lui per afferrarlo. Iniziò a correre verso il basso, in direzione dell’auto. La discesa era ripida. Correva, inciampava, si rialzava, sanguinante. Dietro di lui, le voci dei paesani, o forse dei condannati. “Curtius… resta… il mondo fuori è peggio…” Ma lui non si voltò. Sapeva che guardare indietro significava restare. Attraversò un ponte di ossa che collegava il villaggio alla strada statale; che non ricordava di averlo attraversato all’andata. Forse era sulla strada sbagliata. Non c’era tempo di pensare. Bisognava allontanarsi il prima possibile da quel posto infame e maledetto. Una mano lo sfiorò, gelida, nemmeno il tempo di voltarsi che la figura svanì, ghignando in modo demenziale. Senza sapere come avesse fatto, Curtius si ritrovò fuori dal paese. Era salvo. Si voltò solo allora. Il villaggio non c’era più. Solo nebbia. Solo memoria.
Ma quando raggiunse l’auto, trovò incastrato sotto il tergicristallo, un biglietto con scritto: “Tu sei già altrove.” Si guardò intorno. Silenzio. Nel trambusto aveva smarrito lo zaino: né portafogli, né telefono cellulare. Con un gesto automatico frugò ancora nelle tasche, illudendosi che qualcosa potesse saltare fuori. Come testimoniare quanto aveva vissuto? E anche se avesse il suo cellulare, quanti gli avrebbero creduto? Già sentiva gli innumerevoli tuttologi dargli contro. Tutti pronti a tuonare contro le contraddizioni del suo racconto. A Contestargli le foto, sicuramente false, prese chissà dove, o manipolate con l’AI o Photoshop. E poi i fantasmi… Il doppio… Suvvia, tutte storie vecchie, abusate e stra-abusate… Certo, avrebbe sempre potuto convincere qualcuno ad andare con lui a Malvicino e chiarire un po’ di cose. Ma Curtius era anche sicuro che se fosse ritornato da quelle parti in cerca della Villa, avrebbe trovato un paese tranquillo, immerso nei colori dell’autunno, con una villa liberty testimone di un passato splendore, assolutamente innocua. Era poi necessario che il mondo sapesse? Accese il motore, ma la radio si attivò da sola. Una voce, la sua, parlava in quel dialetto antico: “Tu sei il dono. Tu sei il ricordo. Tu sei la chiave.” Curtius capì che non aveva sognato, e che il ritorno non era una liberazione. Era solo l’inizio.
Foto presa da internet (Macphun Luminar Review)
