IL SUICIDIO ( racconto di Milena MILANI. Savona, 24 dicembre 1917 – Savona, 9 luglio 2013 )

A volte, in quelle giornate, pensavo di uccidermi.

Non che fossero giornate speciali, erano più o meno le stesse. mi svegliavo di mattina e nel letto c’era mia madre, dormiva a sinistra, dalla parte del muro, tutta rannicchiata sul fianco, occupava un piccolo posto. Era venuta nel mio letto dopo che mio padre era morto. Come una bambina si lamentava, la sentivo piangere di notte nel buio, non sapevo come fare per consolarla.

Quando di mattina mi alzavo, e lei restava ancora nel letto,

sentivo nel cuore qualcosa che si gonfiava. <<Mi uccido>>dicevo: e a voce alta, nel bagno, dicevo altre frasi che alla morte si riferivano.

Era passato il due novembre, avevo acceso un lumino davanti ai ritratti, ero andata in chiesa a sentire una messa, mi ero confessata e comunicata. <<Sette requiem per i poveri morti>> aveva detto il prete, anche a mia madre aveva dato la stessa penitenza, e insieme, nel letto, avevamo pregato. Io avevo fatto la comunione di pomeriggio, durante la messa delle ore diciotto.

Mia madre c’era andata di mattina, si era alzata presto, io ero rimasta a dormire. Il due di novembre a Milano non piove, tra le nuvole spesse ogni tanto veniva fuori un pezzo di azzurro, qualcosa di tenue, di sbiadito e consunto.

Non avevo il coraggio di pensare che da qualche altra parte il cielo era splendente, che c’era il sole, che la stagione poteva essere diversa. Non pensavo, perché vegetavo. Mi lasciavo crescere, mi lasciavo distruggere ora per ora, minuto per minuto.

<<Mi uccido>> continuavo a ripetere, e vedevo tutte le morti, le maniere di quelle morti.

I giornali spesso parlavano di gente che moriva, che volontariamente si toglieva la vita; c’era chi amava il gas, chi prediligeva il veleno, chi usava i sonniferi, chi si tagliava le vene; altri invece si gettavano dai ponti nel fiume, o dagli ultimi piani nel cortile di casa. Volevo uccidermi anch’io ma quelle morti mi ripugnavano. Ero stupita da quelli che adoperavano armi da fuoco, il loro solo nome bastava a sconvolgermi, la canna fredda di una pistola puntata alla tempia oppure in bocca mi sembrava supremamente ridicola assurda.

Così, continuavo a vivere e a pensare alla morte. L’idea del suicidio era la mia unica speranza, il rifugio in cui nessuno poteva entrare e scacciarmi.

Lì, in quei pensieri, ero realmente me stessa.

Spesso, davanti allo specchio, osservavo il mio corpo, e il fatto che presto o tardi, di proposito, l’avrei distrutto me lo faceva amare di più: comperavo i profumi, creme, lozioni, avrei voluto ungerlo con unguenti come al tempo di Gesù, nessuna spesa mi sembrava arrischiata per conservare maggiormente la dolcezza dell’epidermide, la delicatezza dei tessuti, la morbidezza delle cellule che ancora erano vive, palpitavano e respiravano.

In qualche momento di quelle giornate tristissime e felicissime mi sollevavo i capelli, pesavo nelle mani la loro matassa che vibrava, mi chiedevo se <<dopo>>avrebbero continuato a esistere, o anch’essi si sarebbero dissolti nel nulla.

Mia madre non vedeva né percepiva i miei tormenti: lei gemeva per suo conto, aveva una voce debole, che inteneriva. Dopo il tre, il quattro, il cinque novembre incominciai ad abituarmi anche a lei, la città soffocava tutte e due nella grande casa deserta, dove le stanze parevano ovattate, e noi camminavamo in punta di piedi.

<<No, non è una casa per noi>> diceva mia madre, <<è meglio cambiare>>.

Faceva progetti, vedevo passare una luce sul suo viso, e intuivo che già si riprendeva, che il dolore si calmava, e piano piano avrebbe dimenticato.

Io invece continuavo sugli stessi errori e non volevo salvarmi. Entravo spesso nella chiesa di Via Manzoni, ne ignoravo il nome, mi piaceva salire quei gradini, e fuggire la gente, l’orrendo negozio Alemagna che era di fronte dove tutti mangiavano gelati anche se faceva freddo, oppure bevevano aperitivi di un colore disgustoso o che a me sembravano tali.

In chiesa accendevo candele davanti agli altari, ne mettevo due, tre per volta, stavo in ginocchio a pregare. <<Perdonami, Dio, se mi uccido>> dicevo.

Restavo in chiesa sinché era sera e le porte venivano chiuse, un sacrestano passava a spegnere le candele, io uscivo per ultima e non sapevo più il modo di camminare. <<Un piede davanti all’altro piede>> dicevo,<<si cammina così, si deve fare così>>. Tuttavia in certi momenti cadevo a terra, le gambe erano sostegni senza forza.

Milena Milani (Savona, 24 dicembre 1917 – Savona, 9 luglio 2013) è stata una scrittrice, giornalista e artista italiana.

Potrebbe essere un contenuto artistico raffigurante 1 persona

Tutte le reazioni:

20Valentina Torino, Simon Valky e altri 18

Lascia un commento