Simon Noir ovvero le sventure della dottrina

La neve era caduta copiosa durante la notte. L’indomani mattina un soffice manto bianco ricopriva l’intero villaggio di G…, per la gioia di bambini e inguaribili esteti. Dalla finestra dell’ultimo piano di un imponente palazzo, un individuo fiero e risoluto guardava l’orizzonte. Simon Noir, questo il suo nome, era un filosofo della natura, medico, chiaroveggente, mago e alchimista, dotato di formidabili poteri divinatori. Da giovane aveva predetto la morte di suo padre senza volerlo, in una seduta medianica fatta per gioco. Da allora temeva più le proprie visioni che il destino stesso, come se ogni profezia fosse una lama a doppio taglio pronta a rivolgersi contro di lui. Amico di sapienti e cardinali, famoso in tutto il paese per i suoi sortilegi e le sue infallibili predizioni, stava per coronare la sua ricerca scientifica e spirituale durata anni.

Il momento tanto atteso si manifestò la sera precedente, quando gli venne consegnata una missiva con sopra impresso il timbro in ceralacca rossa recante il giglio e la corona, simboli del potere monarchico. La missiva emanava un profumo sottile di mirra e pergamena antica. Simon la osservò a lungo prima di aprirla, come se volesse assorbirne il significato attraverso la sola contemplazione. Quando finalmente ruppe il sigillo, le parole scritte con inchiostro d’oro sembrarono brillare alla luce tremolante delle candele. Erano poche, ma dense di significato: “È giunta l’ora. Il Re ti convoca. Porta con te il Codice di Lumen.” Il Codice di Lumen. Un tomo antico, rilegato in pelle di drago e custodito in una teca di cristallo nel cuore della biblioteca segreta di Simon. Quel libro, che si diceva contenesse la chiave per decifrare il linguaggio degli astri e comunicare con le forze primordiali della natura, era il frutto di decenni di studi, viaggi e sacrifici. Nessuno, eccetto lui, ne conosceva l’esatta ubicazione. Fu allora che Simon si voltò verso il suo laboratorio, un sancta sanctorum di alambicchi, mappe celesti, pietre rare e pergamene consumate dal tempo. Ogni oggetto aveva una storia, ogni formula un significato nascosto. Il vento gelido soffiava contro le finestre, come a volerlo mettere in guardia. Ma Simon non temeva il destino: lo aveva studiato, interrogato, e ora era pronto ad affrontarlo. Prese il mantello nero ricamato con simboli arcani, il bastone d’ebano intarsiato con rune ancestrali, e si avviò verso la biblioteca. Ogni passo risuonava come un battito del tempo che si avvicinava al compimento. Il Codice lo attendeva. E con esso, il destino del regno.

Dopo i fasti del 18 luglio del Grand Divertissement Royal, con cui Luigi XIV, il Re sole, volle celebrare la vittoria della Francia sugli spagnoli, era la volta di una singolare gara che aveva per protagonista il cielo stellato. Colui che aveva scelto di assumere la forma del più nobile tra tutti gli astri, aveva deciso di trasformare il cielo in palcoscenico e le stelle in giudici. La gara si sarebbe tenuta durante la notte dell’equinozio d’autunno, quando le forze cosmiche si equilibrano e il velo tra i mondi si assottiglia. Il luogo prescelto era il giardino segreto di Versailles, un labirinto di siepi e fontane dove si diceva che il tempo stesso si piegasse al volere del sovrano. Ogni mago avrebbe avuto un’ora per formulare una profezia, interpretando il moto degli astri, il respiro della terra e il sussurro degli elementi. Le predizioni sarebbero state giudicate da un consiglio mistico composto da filosofi, sacerdoti, matematici e persino da Madame de Scudéry, celebre per la sua arte nel decifrare enigmi. I cortigiani, abituati a intrighi e spettacoli, ora si muovevano con cautela, consapevoli che la magia non perdona l’imprudenza. I ministri della guerra e delle finanze osservavano con interesse: una vittoria avrebbe consolidato la supremazia culturale della Francia, mentre una sconfitta avrebbe alimentato le voci di decadenza spirituale. Persino Colbert, il gran controllore delle finanze, aveva fatto pervenire a Simon Noir una lettera personale, esortandolo a non deludere la corona.

Simon Noir, consapevole della posta in gioco, si immerse immediatamente nei suoi studi con fervore. Consultò il Codice di Lumen, interrogò il pendolo di Mercurio, evocò lo spirito di Paracelso e tracciò diagrammi celesti con polvere di lapislazzuli. Ogni gesto era carico di significato, ogni formula pronunciata con la precisione di chi sa che il minimo errore può alterare il corso del destino. Ma Simon Noir non temeva né apparizioni né illusioni. La sua forza risiedeva nella sintesi: unire scienza e magia, ragione e intuizione, corpo e spirito. E mentre Versailles si preparava a vivere la notte più enigmatica della sua storia, lui sapeva che il vero avversario non era un altro mago, ma il tempo stesso. Nel frattempo, le corti europee si agitavano. A Praga, il giovane mago Jan Vok, discendente diretto di Tycho Brahe, preparava il suo intervento con l’aiuto di un astrolabio incantato. A Londra, la strega Eleanor Finch, protetta da Isaac Newton in persona, aveva promesso di evocare l’ombra di Merlino per rivelare il futuro dell’Europa. A Vilnius, il silenzioso Aleksandras il Veggente, si diceva in grado di leggere il pensiero degli astri attraverso il battito delle ali di una farfalla nera. Ma solo uno avrebbe potuto parlare con le stelle come fossero vecchie amiche. E a Versailles, tra l’oro e il marmo, tra le rose e le ombre, tutti attendevano Simon Noir.

Nonostante mancasse ancora una settimana al consesso, Parigi era lontana, e Simon Noir decise di partire all’alba. La neve, scioltasi nel giro di poche, aveva lasciato le strade in uno stato miserabile, un pantano vischioso che sembrava voler trattenere ogni passo, ogni ruota, ogni destino. Il cielo, nero come la pece, incombeva sopra la campagna borgognona come un presagio antico. Ma Simon non era uomo da temere gli auspici. «Al diavolo l’imminente tempesta. Parigi aspetta!» sibilò, stringendo le redini di Sirius, il suo fedele destriero, e lanciandosi al galoppo tra le strade putride e infide. Dopo ore di cavalcata, in prossimità di un crocicchio, il fato si manifestò con brutale precisione. Sirius, tradito da una buca colma d’acqua, si schiantò al suolo. Le gambe anteriori spezzate, il corpo tremante, gli occhi colmi di dolore. Simon, affranto, comprese che non c’era rimedio. Nessuna magia, nessun unguento, nessuna formula avrebbe potuto salvare il suo compagno. Ma, soprattutto, niente revolver. Niente sangue. Sirius meritava un trattamento delicato. Estrasse allora dalla sacca una fiala di vetro nero, contenente un veleno nero, distillato in anni di studi e sacrifici, da usare solo in casi di estrema necessità. Nel chinarsi, incrociò lo sguardo di Sirius: non c’era paura, solo accettazione. Un sussulto, poi il silenzio. Un silenzio carico di morte, interrotto solo dal tamburellare insistente della pioggia. Simon Noir si ritrovò solo, ferito, circondato da una fitta selva di alberi minacciosi. Aveva già fatto viaggi simili, anche più pericolosi, ma ora sembrava diverso. Un oscuro presentimento si era impossessato della sua anima. Si inoltrò nel bosco. La mappa indicava una stazione di rifornimento a pochi chilometri. Dopo ore di cammino cieco, sbucò in una radura. Al centro, una cascina col camino fumante: la Locanda del Corvo Nero.

La porta era socchiusa. Dentro, il calore del fuoco, il tintinnio delle posate, il vociare colto di uomini che discettavano di metafisica e scienze occulte. Simon si affacciò alla sala da pranzo: tende tirate, fumo di sigaro, volti indistinti. Ma uno attirò la sua attenzione. Un uomo solo, rozzo, con mani enormi e occhi inquieti. Portava una cicatrice che gli attraversava il volto da tempia a mascella, segno di duelli all’ultimo sangue. Al collo, un medaglione di stagno raffigurante un corvo con un’ala spezzata: un simbolo che Simon non riconobbe, ma che gli provocò un brivido immediato. Si guardava attorno con aria furtiva, come se nascondesse un segreto troppo grande per essere contenuto. Simon si ritrasse, turbato. L’oste, gioviale e baffuto, lo accolse e lo condusse a un tavolo. Proprio accanto a quell’uomo. Ma qualcosa lo tratteneva dal sedersi. Non era la stanchezza, né il dolore. Era un presentimento. Un’ombra che si agitava dentro di lui. Cercò di ignorarla, ma la sua coscienza, come sempre, era più forte del suo orgoglio. Tentò di uscire, ma fu fermato. Alcuni commensali lo avevano riconosciuto. Simon Noir, il mago di Francia, il veggente, l’alchimista. Volevano stringergli la mano, ascoltare una parola, un presagio. E fu allora che, come in trance, Simon parlò. La voce uscì da lui come un decreto: «Quell’uomo, tra due giorni esatti, morirà sul patibolo. Giustiziato ». Un gelo calò nella sala. Il condannato trasalì. Gli occhi si fecero rossi, la mano scattò al pugnale. La cicatrice sembrò pulsare, arrossarsi, come se un’altra volontà si fosse risvegliata dentro quell’uomo maledetto. Simon non ebbe il tempo di reagire. Il ferro affondò più volte nel suo addome, con ferocia animalesca. Il mago cadde al suolo, il sangue si mescolò al fango portato dalle sue scarpe. La locanda esplose in urla, tavoli rovesciati, panico. L’aggressore fu bloccato, ma il danno era fatto.

L’indomani, la notizia si diffuse come un incendio: Simon Noir, il benefattore, il veggente, era stato assassinato. Il Re Sole, furioso, ordinò l’immediata esecuzione del colpevole. Due giorni dopo, il patibolo fu eretto nella piazza del villaggio. Il condannato, legato e sanguinante, fu giustiziato sotto un cielo limpido, come se gli astri stessi volessero assistere. La disputa tra maghi non ebbe luogo. Ma Luigi XIV, maestro nell’arte della manipolazione, trasformò il lutto in trionfo. Il consesso internazionale divenne una festa delle stelle, una celebrazione del potere assoluto. Al posto delle profezie, si danzava. Al posto dei sortilegi, si brindava. Il Re Sole brillava ancora, ma l’ombra di Simon Noir, il mago assassinato, aleggiava su Versailles come un monito: anche il potere più grande non può sfuggire al destino.

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