«Dici sul serio?» risposi. «Credi davvero che il tuo amico Doris possa andare in giro impunemente per cimiteri a profanare tombe in cerca di cadaveri putrescenti?» Silenzio. Louis era apparentemente impegnato con la legna a tenere viva la fiamma del camino. Eppure erano settimane che mi parlava con una certa insistenza di questo suo misterioso amico, una sorta di stregone della zona. La risposta tardava a giungere. Il suo silenzio era più eloquente di qualsiasi parola. Mi guardava di sottecchi, come se temesse che anche solo nominare Doris potesse evocarlo, farlo apparire lì, tra le ombre tremolanti della stanza. «Non è come pensi», disse infine, con voce roca. «Doris non è un profanatore. È… un cercatore». «Un cercatore?» ripetei, cercando di non lasciar trasparire il sarcasmo. Louis annuì, lo sguardo fisso sulle fiamme. «Cerca ciò che resta dell’anima, quando il corpo è ormai solo carne in decomposizione. Dice che certi corpi parlano ancora. Che conservano memorie, desideri, segreti». Mi passai una mano sul volto, cercando di scacciare quel senso di inquietudine che mi si era appiccicato addosso. «E tu ci credi?». Louis prese tempo, nuovamente. Si alzò, andò verso la finestra e scostò appena la tenda. Fuori, la notte sembrava più nera del solito. «Non lo so più», mormorò. «Ma da quando ho rivisto Doris… da quando mi ha mostrato certe cose… non riesco più a dormire». «Certe cose?» Gli feci eco. Louis si girò lentamente e per un attimo mi parve che non fosse più lui. C’era qualcosa di diverso nel suo volto, una tensione nuova. Come se quel pensiero lo avesse risvegliato. «Hai mai sentito parlare del ‘ del Sepolcro’?», mi chiese. Scossi la testa. «È un rituale. Antico. Proibito. Doris dice che può risvegliare frammenti di coscienza nei morti, per farli parlare, ma, soprattutto, per… ascoltarli. Per sentire ciò che hanno lasciato in sospeso». Mi si gelò il sangue. «E tu… l’hai fatto?» Louis abbassò lo sguardo. «Non ancora. Ma stanotte… Doris mi aspetta».
Ero scosso. Cercavo di convincermi che fosse solo suggestione. Quella casa tetra, isolata, immersa nel freddo e lontana dalla civiltà, non favoriva certo il buon umore. Mi sforzai di ritrovare coraggio, pensando al mio caro amico Louis per come lo avevo sempre conosciuto: un uomo tutto d’un pezzo, razionale, colto, capace di tenersi lontano dai conflitti interiori con cui i sensi ci tiranneggiano. Già da ragazzo mostrava una maturità fuori dal comune. Il suo portamento austero, il distacco dalle frivolezze, la mente sempre pronta a cogliere l’universale nei dettagli della vita quotidiana, lo rendevano adulto prima del tempo. Sembrava destinato a bruciare le tappe. A scuola, le sue materie preferite erano la grammatica e la filosofia. Per la sua giovane età, quell’interesse per la metafisica appariva quasi innaturale. Era un pensatore nato, uno che popolava la vita con i fantasmi delle idee. A differenza di noi, i suoi amici di sempre, che ai libri preferivamo vivere fino in fondo la nostra gioventù, Louis a soli ventidue anni divenne il più giovane professore di filosofia morale all’Università di Parigi. Quanto a me — degli altri non so più nulla da tempo — sono diventato, a fatica e senza particolari meriti, un anonimo insegnante di letteratura in una scuola secondaria. Guardai fuori dalla finestra. Il buio regnava sovrano, e la pioggia non accennava a smettere. Poi lo sentii. O meglio, lo percepii. Louis mi stava fissando. Come se avesse intuito il corso dei miei pensieri. Era lì, immobile, nella penombra, sprofondato nella grande poltrona in pelle, con le fiamme del camino che gli danzavano sul volto. Provai un brivido lungo la schiena. Non riuscivo a liberarmi dalla malia di quel dannato momento. Non avrei dovuto rispondere alla sua lettera supplichevole. Non avrei dovuto raggiungerlo in quella landa desolata. Da qualche minuto avvertivo un rumore sordo, ritmico, come un bussare, o uno sbatter di finestre, non saprei, ero un poco confuso, e poi chi poteva essere? Forse era il vento, e con quel pensiero cercai di tranquillizzare me stesso. A Louis non dissi nulla, non volevo aggiungere tensione ad altra tensione.
Non saprei dire come fosse riuscito a trovare il mio indirizzo. Erano passati anni dall’ultima volta che lo avevo visto, e da allora non avevo più ricevuto alcuna sua notizia. Nella lettera diceva di avermi sempre stimato profondamente. Mi considerava uno spirito libero, capace di tenersi lontano dal conformismo che tanti abbracciano in cambio di protezione e consenso. Ammetto che quelle parole mi lusingarono: accarezzavano il mio bisogno di autostima. E poi, dopotutto, si trattava di un amico d’infanzia. Raggiungerlo e offrirgli aiuto mi sembrava naturale. La causa del suo malessere, però, non era chiara. Parlava di una crisi esistenziale — o meglio, ideologica, come preferiva definirla — quasi che il termine “esistenziale” gli ricordasse, anche solo per assonanza, quel mondo degli affetti umani da cui si sentiva irrimediabilmente escluso. Ma cosa intendeva davvero? Quella crisi aveva forse a che fare con la necrofilia? L’incontro con quell’essere aberrante — Doris — lo aveva messo di fronte a una parte di sé che non conosceva, e che ora non riusciva più a controllare? A dire il vero, più passava il tempo, più ero convinto che Doris non esistesse affatto; che il necrofilo di cui parlava fosse lui stesso. Ma non dissi nulla. Gli sorrisi, fingendo leggerezza. Mi versai un altro bicchiere di cognac e, con un gesto studiato, gli allungai la bottiglia. Un brindisi, in nome dei vecchi tempi. Un modo per tenerlo calmo. Per tenermi al sicuro. A volte mi capitava, quando ero solo, di restare immobile per minuti interi, come se mi dimenticassi di essere vivo. Non era stanchezza, ma una specie di pace, non voluta, non cercata. E quando mi ridestavo, mi spaventavo: era come se mi fossi accorto di essermi dimenticato di me stesso.
In quel momento Louis scattò in piedi. Gli occhi iniettati di sangue, i muscoli del volto tesi fino al parossismo. Mi puntò il dito contro, come un accusatore in cerca di verità. «Cos’è un necrofilo, eh? Suvvia, rispondi!» Messo alle strette, accennai una risposta, ma lui mi zittì con un grido. «Taci! Immagino già le tue parole. Banali, prevedibili, da manuale. Diresti che un necrofilo è uno che ha rapporti sessuali con i cadaveri. Un malato, un solitario, un degenerato. Un uomo con scarsa autostima. Non è così?»
«No!»— risposi piccato.
«E aggiungeresti, ne sono certo, che la necrofilia è una parafilia. Oh, che paroloni! Tremano le gambe davanti a cotanta sapienza. Così parlano i manuali, vero? Eccoti al sicuro, sotto l’egida del tuo sapere libresco e della tua rispettabilità sociale. Il nemico è davanti a te. Tu sei l’onesto cittadino, ed io il mostro. Tu, stimato e benvoluto. Io, la vergogna dell’umanità. Tu, il professorino con la bacchetta — scettro d’imperatore — che ammaestra i suoi alunni all’ipocrisia. Ed io, la faccia oscura della società, il seminatore di dubbi, colui che va soppresso per non turbare la felicità dei più». Si interruppe. Prostrato dalla foga, cercava il consenso di un pubblico che esisteva solo nella sua mente. Pareva terrorizzato da paure segrete. La tensione cresceva. Tornò ad incalzarmi. «Avanti, dimmi tu cos’è un necrofilo! Che aspetti?»
«Louis… amico caro, credo tu abbia perso il lume della ragione. Mi senti? Sono io, Michel. Lo spirito libero che tanto apprezzavi da ragazzi. Tu hai bisogno d’aiuto. Parla! Ti sei scoperto attratto da questa aberrazione? Non ti giudico. Per me sei sempre il grande Louis, il filosofo, l’ammiratore delle idee, colui che teneva testa ai professori».
Louis, per un attimo, sembrò calmarsi. Mi sorrise, mi fece cenno di sedermi. Il tono della voce si fece pacato, riflessivo. Ma non mi fidavo. Dentro di lui convivevano due personalità. Ora parlava Louis, o quel dannato Doris? «Michel, ascolta… anche tu condividi qualcosa con me».
«Sarebbe?»
«Lasciami parlare. E’ importante. Chi detiene il potere domina, sottomette. Esattamente come il necrofilo, che entra in possesso di un corpo rigido e freddo per realizzare se stesso. E anche tu, Michel, nel tuo bisogno di distinguerti dalla massa, nel rimarcare la tua diversità, aspiri al dominio totale. Proprio come fa il potere. Proprio come fa un… necrofilo».
« Suvvia, Louis…»
«Michel, da quando ti conosco hai sempre privilegiato i rapporti personali, evitando le uscite mondane. In compagnia diventi insofferente. Sai perché? Perché l’attenzione che cerchi si disperde tra i presenti, e tu ti senti a disagio. Ti ricordi di Francesca? Dicevi di amarla, eppure non la sfiorasti. Starle accanto, senza fare nulla, ti faceva sentire onnipotente. Libero. In fondo, chiunque abbia un po’ di potere — dal sovrano al padre padrone — si sente padrone della vita altrui. È un necrofilo. Nerone, quando Roma bruciava, se ne stava sul terrazzo, la cetra tra le mani, a contemplare lo spettacolo. In quel momento era il padrone assoluto».
« Le tue argomentazioni sono ingannevoli, Louis! Le parole hanno un peso, un significato. Non puoi usarle a tuo piacimento per giustificare la tua condotta! E Francesca… povera fanciulla, l’avevo rimossa…»
«Lo so che le parole hanno un peso. Ma tu parli della loro precisione semantica, etimologica. Sai bene che possono essere usate in modi diversi: nella poesia, nella filosofia. Il poeta le sottomette alla metrica, ne fa melodia. Il filosofo le scava, le estende. Le parole hanno un’estensione semantica».
«Sì, certo. E allora? Dove vuoi arrivare?»
Louis si alterò di nuovo.
«E sia! Io non inganno nessuno! Necrofilia: amore per i cadaveri. Eccoti la tua precisione. Contento? Anch’io amo! Anche quelli come noi amano!»
«Quelli come noi? Basta! Non posso più sopportare queste idiozie!»
Ne avevo abbastanza dei suoi sproloqui. Ma Louis riprese a parlare. Non conosceva sosta.
«Non sono idiozie! E cosa mi dici della moltitudine di viventi che si accoppiano per paura della solitudine, salvo poi sbranarsi nel chiuso delle loro case? Il vivente è schiavo della specie! Noi siamo liberi! Nell’amore per la morte i conflitti si appianano, scompaiono come in sogno. La congiunzione carnale diventa disinteressata. Non si deve salvaguardare la specie, non si deve dimostrare nulla. Il ruolo sociale decade».
«No, Louis. Tu non ami una persona, ma un oggetto! Altro che amore libero. Sei schiavo della tua perversione!»
«Vedi? Non vuoi sentire ragione. Sei come tutti. Quello che non rientra nella tua sfera di conoscenza non è degno d’attenzione. Nessuno sceglie di essere ciò che è. Ringrazia il Signore se i tuoi affetti rientrano nei parametri condivisi. La società non sa avvertire la miseria, la solitudine di chi fa scelte diverse. Difetti di fantasia, Michel»
«Sì, ma la società deve difendersi. Non posso accettare che il tuo sapere si risolva in una accozzaglia di deliri su ciò che ogni persona razionale considera un atto contro natura. Tu vivi nella menzogna! L’incontro fra uomo e donna è nell’ordine delle cose. Garantisce la continuità della specie. Non è tirannia! Non è un caso se quelli come te vivono al riparo dalla società, che li detesta perché inutili e nocivi. Ti sei svelato, Louis! Doris sei tu! Il necrofilo sei tu!»
La mia pazienza era al limite. Dovevo andarmene. Corsi al piano di sopra, presi la valigia e il cappotto. Louis mi rincorse, pregandomi di restare. Ma io non ne volli sapere. Tornai giù. Quando sentii bussare alla porta. Mi fermai, esitante. Chi poteva essere a quell’ora? Mi voltai verso Louis, che si era arrestato lungo le scale. Silenzio. Il bussare si ripeté. Non era qualcuno che voleva solo entrare, quel martellare ritmico pareva più un segnale di riconoscimento, un codice forse. No, non era il vento. Non era un ramo. Era una mano. Una presenza umana. Louis, il volto pallido, gli occhi sbarrati, non disse nulla. Non fece nulla. Mi avvicinai alla porta con cautela. Ogni passo sembrava un tradimento al mio istinto di sopravvivenza. Appoggiai la mano sulla maniglia. Esitai. L’alba era ancora lontana. Prima di aprire attesi qualche istante. Alzavo continuamente gli occhi in direzione di Louis, sperando che fosse lui ad accogliere l’infame ospite. Le gambe mi tremavano, avevo paura. Estrassi l’orologio, come a prender tempo. Non batteva più. S’era fermato. Mi decisi ad aprire. Nel mentre, Louis mi raggiunse. Si mise alle mie spalle con un grosso candelabro, che alzò verso l’alto per meglio illuminare l’ingresso. Un uomo alto, magro, con un volto che sembrava scolpito nel gesso. Entrò in casa. Era Doris. Esisteva davvero. E dietro di lui, un’ombra. Un altro corpo. Un sacco? Un cadavere? La porta si richiuse alle mie spalle con un suono sordo. Doris avanzò lentamente. Louis lo seguiva, assorto. Nessuno parlava. Nessuno sorrideva. Il sacco fu posato sul pavimento. Ne uscì un odore acre, di terra e sangue rappreso. Doris lo aprì con gesti misurati, quasi liturgici. Dentro, strumenti rituali: candele nere, un libro rilegato in pelle, amuleti d’osso, una maschera funeraria. Il camino si spense. La casa intera era immersa nella tenebra. Ebbi immediatamente la sensazione di esser caduto in una trappola. Eppure non avevo nulla da rimproverare alla mia condotta nei confronti di Louis, per vedermi coinvolto in quel orrore. Sono sempre stato corretto con lui. Ma forse mi sbagliavo. Arretrai di un passo, ma Louis mi fermò. Entrambi, lui e il suo compare, accennarono ad un ghigno sardonico. Louis, aveva mutato aspetto. Gli occhi carichi di una strana luce.
«Michel – disse, con voce calma – è giunto il momento. Tu sei il prescelto».
«Prescelto per cosa?» Non poteva essere vero. Stavo vivendo un incubo. Eppure…
«Per diventare ciò che sei sempre stato: un tramite. Un corpo puro, non contaminato dal desiderio dei vivi. Da morto, sarai perfetto. Un oracolo. Un vaticinatore».
Provai a muovermi, ma le gambe non rispondevano. Doris si avvicinò. Mi toccò la fronte con un dito gelido. Un brivido mi attraversò la spina dorsale. Vidi immagini: me stesso disteso su un altare, Louis inginocchiato, Doris che recitava parole in una lingua che non esiste. Vidi il mio corpo irrigidirsi, la mia bocca aprirsi, e da essa uscire verità che non avevo mai pensato.
« Non è lussuria — continuò Louis — è conoscenza. È dominio. È verità. Tu sei il necrofilo perfetto. Non per ciò che fai, ma per ciò che sei. Un uomo che ha sempre cercato il silenzio, l’immobilità, l’assenza. Un uomo che ha sempre desiderato essere amato senza essere toccato. Non ti abbiamo scelto noi. Ti sei scelto da solo, ogni volta che hai preferito il silenzio alla vita. Tu sei già morto, Michel. Da tempo».
Mi accasciai. Non per paura. Perché, in fondo, sapevo che aveva ragione. Doris accese le candele. Il libro fu aperto. Le parole iniziarono a fluire. Louis mi sollevò con delicatezza, come si solleva un oggetto sacro. Mi posò sull’altare. Il freddo mi avvolse. Il tempo si fermò. Poi, soltanto buio.