Un pomeriggio al cimitero

“Ciao Marco. Scusa il ritardo, ma non riuscivo a trovare parcheggio”. Con l’arrivo della collega per il cambio turno, ero finalmente libero. Un altro giorno di lavoro, indolore e incolore, era svanito senza lasciare traccia. Il pomeriggio è tutto mio, eppure, come spesso accade, non ho voglia di fare nulla. Apatia e noia regnano sovrane. Le lancette dell’orologio segnano le quattro. L’ora di cena è ancora lontana. Fuori, il vento soffia gelido e le tenebre incominciano a calare. Nonostante tutto, decido di uscire. Testa bassa, cappotto svolazzante, mi incammino verso il cimitero. Verso la città dei morti. A metà strada mi accorgo di camminare in fretta, con movimenti quasi meccanici, come guidato da fili invisibili. Sono stanco. Sono sempre stanco. Irrimediabilmente stanco. Il vento non accenna a placarsi, e l’idea di raggiungere quel luogo mi pesa come un macigno. In lontananza, tra le ombre tremolanti del crepuscolo, scorgo la piccola ciminiera del forno crematorio, accanto all’ingresso principale. È il segnale: la meta è vicina.

Varco la soglia e imbocco il viale centrale. Nulla è cambiato dall’ultima volta che sono stato qui. I volti di marmo, dagli occhi spenti e senza sogni, restano immobili lungo i sentieri, come sentinelle del tempo. Le tombe, ferite dal degrado e dall’inesorabile scorrere degli anni, conservano la loro muta dignità. Qualche visitatore solitario piange in silenzio l’assenza di un proprio caro. Quanti ricordi, qui. Da ragazzo venivo spesso. Passeggiavo, leggevo, parlavo con le lapidi. Trascorrevo interi pomeriggi a cercare i volti più giovani, immaginando le loro vite attraverso fotografie sbiadite. Alcune mi turbavano profondamente: occhi fissi, sorrisi congelati, come se la morte avesse lasciato un marchio prematuro, già scritto nei lineamenti. Oggi, però, il cimitero mi appare distante, estraneo, svuotato di senso. Non mi affascina più come un tempo. Vorrei solo andarmene, fuggire lontano. Ma all’improvviso, qualcosa si muove dentro di me. Una strana eccitazione mi invade. Sarà il silenzio, sarà la distanza dal consorzio umano, sarà l’assenza di doveri. Ma sento come un bisogno irrefrenabile, viscerale, che mi scuote dentro. Cerco di resistere. Non per pudore. Non per morale. In passato, qui, ho portato anche qualche amica. Ma erano altri tempi. Ora voglio solo contenere il mio ego dilatato, che divora tutto ciò che lo circonda. Oggi non voglio profanare l’intimità della morte. Voglio lasciarla intatta, silenziosa, nel suo mistero.

Nel tentativo di sfuggire alla tirannia dell’istinto sessuale, mi incammino verso il vecchio cimitero protestante. Forse la bellezza crepuscolare di quel luogo abbandonato potrà aiutarmi a rientrare in me stesso, a spegnere il tumulto. Le cripte sbrecciate, le lapidi inclinate, le erbacce che trionfano su ogni geometria mi offrono un poco di conforto. Nei luoghi deserti, dove si respira solitudine e desolazione, mi sento libero. Libero dal rumore, libero da me. A pochi passi, una panca di pietra mi attende, fredda come l’aria gelida che si respira. Mi siedo. Lo sguardo si perde, apatico, tra le ombre che si allungano. Senza accorgermene, la voce dell’ego si dissolve, come nebbia al primo sole. Dagli alberi spogli, dove ancora pende qualche foglia ingiallita, corvi silenziosi mi scrutano minacciosi. Occhi neri, fissi, inquisitori. Come se avessi violato il loro regno, il loro silenzio. Ad un tratto, ai piedi di una scultura funebre — un angelo dal volto infantile, lo sguardo malinconico rivolto al suolo — una macchia nera cattura la mia attenzione. Sembra un sacco di plastica, uno di quelli usati per l’immondizia. Inveisco mentalmente contro chi l’ha abbandonato lì, incapace di rispettare anche la morte. Ma qualcosa non torna. Un presentimento mi stringe lo stomaco. Mi avvicino, lentamente, come se il tempo rallentasse. Il cuore batte piano, ma con forza. Non è un sacco. È un corpo. Il corpo di un uomo.

Forse sta solo riposando. Ogni tanto capita di trovare qualche sbandato qui, disteso tra le tombe, intento a smaltire la sbornia del giorno prima. Ma no. Oggi fa troppo freddo, e quel letto di polvere e ghiaia non offre alcun conforto. Quello che ho davanti agli occhi è … un cadavere! Cerco di illudermi, di negare l’evidenza. Ma la realtà è più forte, più ruvida. Resto immobile. Non so dire per quanto. Forse solo pochi secondi, ma sembrano un’eternità sospesa. A metà tra il timore e una strana eccitazione, mi chino su quella macchia scura, cercando di scorgere quale maschera abbia scelto oggi la morte. Il volto è scavato dalla sofferenza, gli occhi vitrei, le mani gonfie, incise da tatuaggi grossolani, improvvisati. È un ragazzo. Giovane. E miserabile nel suo splendore immobile. Potrei restare a guardarlo per ore. Non ho paura. Anzi, ora che gli sono vicino, non provo più alcun disagio. Solo contemplazione. Pura, fredda, distaccata. Quel corpo inerme mi è totalmente indifferente. È come se fosse parte del paesaggio, come le statue, come le foglie morte. E davanti al mio silenzio interiore, sento affiorare un senso di vergogna. Cerco dentro di me un frammento di pietà, ma mente e cuore sono lì, stesi sul selciato, freddi e indifferenti. Come freddo e indifferente è quel corpo inanimato.

Dovrei chiamare qualcuno. L’orario di visita sta per scadere. Ma no. Non chiamo nessuno. Una sirena risuona in lontananza: il cimitero sta per chiudere. Corro. Chi era quel ragazzo? Ecco una guardia. La chiamo? Non la chiamo? Non me ne importa. Qualcun altro lo farà. Qualcun altro si prenderà carico di quel frammento di morte. Fuori, il rumore del traffico mi aggredisce come un secchio d’acqua gelida rovesciato in faccia. L’idea di dover prendere l’autobus mi nausea. Odio quei mezzi sporchi, affollati, simili a carri bestiame urbani. Lo sapevo. Ora rimpiango il cimitero. Rimpiango il cadavere di quel povero disgraziato, i corvi, il silenzio, la tirannia dell’ego, le statue dagli occhi senza sogni. Lì, almeno, tutto era vero. Tutto era fermo. Tutto era mio.

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