Manfred (1770-1784), un suicida

solitudeabominevole  A Saint Ouen, nei pressi di Parigi, viveva un certo Manfred, da tutti considerato un giovane di belle speranze. Fin dalla scuola elementare, maestri e pedagoghi di ogni risma erano convinti che il genio di quel ragazzo, dall’aria assorta, a volte malinconico, ma dall’aspetto piacevole e dall’intelligenza precoce, avrebbe scosso le fondamenta del sapere umano. Nonostante la sua giovane età, sconcertava la facilità con cui padroneggiava argomenti di difficilissima comprensione, che richiedevano anni di studi e ricerche. Manfred eccelleva in ogni singola materia scolastica. Per lui non esistevano segreti. Tutto gli era chiaro ancor prima che l’insegnante avesse finito di parlare. Ascoltarlo era un piacere. In molti dicevano di averlo conosciuto, rivendicando così un’amicizia profonda ed esclusiva che però esisteva solo nella loro mente in cerca di consensi. Inevitabilmente, col passare del tempo, intorno a Manfred nacquero due scuole di pensiero. Da un lato, insegnanti mediocri e genitori invidiosi, pronti a insinuare il dubbio che dietro a quel talento si nascondesse la mano del demonio. Dall’altro, invece, insegnanti esaltati, philosophes alla moda e genitori entusiasti, sempre pronti a celebrare il genio di Manfred quale fulgido esempio delle infinite possibilità dello spirito umano. Lui, però, non prestava ascolto a nessuno di loro. Quelle sparate sul genio le considerava delle stupide masturbazioni mentali con cui si tenta di dare un senso alle cose per rassicurare se stessi. Non aveva scelto lui di essere ciò che era. In cuor suo sapeva di non avere alcun merito. Era nato così, come si nasce con i capelli biondi o neri, alti o bassi, belli o brutti. Manfred, seppur confusamente, vista la giovane età, avvertiva il sospetto di quanto la natura fosse ingiusta. L’idea di sapersi baciato dagli dèi non gli procurava alcun sollievo. Manfred odiava la tirannia del caso!

Ma Manfred non era solo intelligente. Era anche molto bello. Le membra del corpo ben proporzionate, il viso pulito, il verde intenso degli occhi, che contrastava con la chioma nerissima dei capelli, folta e un po’ arruffata, ne facevano una sorta di Adone plasmato da un demiurgo benevolo nel giorno del suo concepimento. Inutile dire che tutte le ragazze erano innamorate di lui. Col passare del tempo però, Manfred iniziò a nutrire dentro di sé una sorta di irrefrenabile insofferenza contro i suoi simili. Delle ragazzine non gl’importava nulla. Mentre con i pochi amici maschi che aveva era più il tempo passato a litigare che non quello a giocare. Ma era verso le sue coetanee che Manfred provava una sorta di marcata insofferenza che, a volte, sconfinava in violenti scatti d’ira, come quando respinse violentemente Margherita, la figlioletta dei suoi vicini di casa. Un giorno, al rientro da scuola, la sfortunata ebbe la malaugurata idea di baciarlo e lui, per tutta risposta, con un morso la sfigurò per il resto dei suoi anni. Manfred detestava i rapporti fra uomo e donna. Amare, fornicare, eiaculare, mettere al mondo dei figli, costruirsi una famiglia gli suonavano come una imposizione della specie sugli uomini che, mossi da fili invisibili, si accoppiano tra loro nell’illusione di gabbare la morte e dare un futuro all’umanità. Manfred odiava la tirannia della specie!

E anche quando pensava alla famiglia in cui era nato la rabbia gli offuscava la vista. La madre era una donna semplice, di buon cuore, di origine contadina, analfabeta, devota alla madonna, sempre intenta a sbrigare le faccende domestiche e a difendersi dalla brutalità del marito. Il padre, invece, era un uomo volgare, devoto alla bestemmia a oltranza, con una occupazione saltuaria, sempre intento ad alzare il gomito e a picchiare la moglie. Entrambi i genitori riponevano nel talento del figlio aspettative diverse. La madre pregava il buon Dio affinché concedesse al giovane un futuro radioso, lontano dalla miseria e dalla violenza. Il padre, al contrario, sperava di ricavare dal talento del figlio quel profitto economico con cui poter continuare ad affogare la sua insolenza nell’alcool, senza doversi preoccupare per il domani. Eppure anche quei due poveri genitori non avevano scelto di essere ciò che erano. E così, ogni volta che usciva da scuola, anziché precipitarsi a casa per il pranzo, Manfred fuggiva nei boschi intorno al villaggio o nel piccolo cimitero fuori le mura. Gli piaceva andarci soprattutto d’inverno, quando l’aria gelida ti sferza il volto e il silenzio è assoluto. Erano quelli i momenti in cui si sentiva forte e libero. Ma anche in questo caso rimaneva ancora un problema da risolvere: cosa fare di se stesso e della sua vita? In realtà Manfred non sapeva spiegare il perché di quell’odio che lo divorava giorno dopo giorno. Spesso, senza una ragione apparente, diventava malinconico. Il gaio tumulto della vita lo sgomentava, a dispetto degli sforzi che a volte faceva per prendervi parte. L’unica cosa che davvero gli stava a cuore era soddisfare l’insopprimibile bisogno di scappare lontano da tutto e da tutti. Dalle feste, dalle cene a cui le famiglie più in vista del paese lo trascinavano, tornava invariabilmente ancora più cupo. La gente non vedeva, o fingeva di non vedere, l’angoscia che attanagliava il cuore di quel ragazzo. Il cui sguardo privo di vitalità contrastava in modo inquietante con il giovane volto e con la spiccata intelligenza. a confondere ancor di più le cose fu la notizia che Luigi XVI, detto il Desiderato, informato dell’esistenza di Manfred, emise un decreto che consentiva al giovane di accedere all’Università. Ecco allora che le speranze di genitori e insegnanti parvero materializzarsi. E insieme all’iscrizione arrivò anche una borsa di studio carica di sonanti monete d’oro. Il novello prometeo era dunque pronto a duellare con le armi della dialettica e della sagacia con le menti più raffinate del regno. La notizia fece immediatamente il giro di Saint Ouen. Tutti volevano salutare Manfred personalmente, complimentarsi con lui prima che partisse. Il sindaco, il signor Grimaud (che in francese vuol dire più o meno zoticone), ossessionato dall’idea che Manfred fosse il figlio che avrebbe voluto avere (con buona pace dei tre che aveva già), gli mise a disposizione una carrozza con cui raggiungere la capitale. Gesto generoso, ma inutile. Da Parigi ne era in arrivo una molto più bella e veloce, inviata direttamente dal Re. Pare che Monsieur Turgot, ministro delle finanze, nonché filosofo, avesse consigliato al sovrano di prendere sotto la sua la protezione i giovani più meritevoli in modo da poterli meglio controllare. All’epoca era molto forte il timore che le idee messe in circolazione dai philosophes potessero far presa sui giovani. E manfred? Lo spalancarsi delle porte della Sorbona lo lasciava indifferente. Non credeva nell’avvenire, non faceva progetti per il futuro. Anzi, nei giorni che precedettero la sua partenza era diventato calmo, sorrideva e stringeva mani a chiunque lo avvicinava. Quasi quasi gli era pure diventata piacevole la permanenza in casa, insieme agli odiati genitori. Ma qualcosa nella sua testa diceva che era giunto il momento di prendere una decisione. Aut-Aut. Per la vita provava solo odio. E allora per quale motivo avrebbe dovuto essere una speranza per il paese? Che aveva lui da spartire con la società? Nulla! Era giovane certo, ma non gl’importava affatto di lavorare per il bene dell’umanità. Di più. L’unico bene che riconosceva per se stesso e per gli altri era quello della morte. E così, la sera prima della partenza, raccolse tutti i suoi libri, pochi a dire il vero, e i suoi vestiti, pochi anche quelli, mise tutto in un sacco di tela grezza, aspettò che i genitori fossero andati a dormire, e uscì. Le strade erano deserte. Era una notte pennellata di un nero intenso. Nel cielo nemmeno una stella. Una pioggia finissima, fastidiosa, lo accompagnava per le vie deserte. Manfred si diresse verso il cimitero. Una volta dentro andò a rifugiarsi in una vecchia cappella abbandonata, dove era solito passare i suoi pomeriggi solitari. Improvvisò un piccolo falò, e vi gettò dentro i libri e i vestiti. Di lui non doveva rimanere nulla. L’oblio avrebbe regnato per sempre sulla sua memoria. Morti, sepolti e dimenticati era solito ripetere a se stesso. E quell’idea gli regalava un delizioso e sopraffino piacere. Poi prese la corda, fece un cappio, lo guardò e pensò che era perfetto. Si congratulò con se stesso. Rise. Era emozionato Manfred. Era un momento tutto suo quello. Immensamente suo. Ora era lì Manfred, in piedi sopra una grossa pietra, il cappio intorno al collo, la cui estremità era stata fissata alla sommità di un crocefisso arrugginito. Saltare giù dalla pietra fu attimo. Manfred sprofondò per sempre nel regno delle ombre. Fuori intanto aveva smesso di piovere, e un forte vento si era alzato nell’aria. Il corpo senza vita del giovane venne ritrovato penzolante la mattina successiva dal signor Malebranche, il vecchio custode del cimitero, che alla vista di quella vita spezzata nel fiore degli anni disse a bassa voce: “Son ben disgraziati coloro a cui una perfida natura ha dato dei sensi che non trovano requie”. 

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