Individualismo e anarkismo

ANARCHISMO e INDIVIDUALISMO” di Georges PALANTE (1865-1925)

(traduzione di Markus SKABB)Immagine

Questo testo è apparso per la prima volta nel 1907 sotto forma di articolo nella “Rivista filosofica”. Nella traduzione ho cercato di essere il più fedele possibile al testo originale, nel tentativo di mantenerne inalterati sia lo stile di scrittura che l’attitudine ideologica.

Le parole anarchia e individualismo sono abitualmente impiegate come sinonimi. Alcuni pensatori, assai differenti d’altronde gli uni dagli altri, vengono definiti, in maniera un po’ azzardata, ora anarchici ora individualisti. E’ così che si parla indifferentemente dell’ anarchia o dell’ individualismo stirneriano, dell’ anarchia o dell’individualismo nietzschiano, dell’ anarchia o dell’individualismo barrésiano, ecc.(1) In altri casi, tuttavia,  l’identificazione fra i due termini non è considerata possibile. Si dice comunemente: l’anarchismo proudhoniano, l’anarchismo marxista, l’anarchismo sindacalista; ma non si dirà mai: l’individualismo proudhoniano, marxista o sindacalista. Si parlerà pure di un anarchismo cristiano o tolstoiano; ma mai di un individualismo cristiano o tolstoiano.

Altrove invece si sono uniti i due termini in una sola definizione: individualismo anarchico. Con questo titolo il prof. V. Basch designa una sorta di filosofia sociale che egli distingue dall’anarchia propriamente detta e di cui i più eminenti rappresentanti sono, a suo dire, un Goethe, un Byron, un Von Humboldt, un Schleiermacher, un Carlyle, un Emerson, un Kierkegaard, un Renan, un Ibsen, uno Stirner, un Nietzsche(2). Questa filosofia si riassume nel culto delle grandi personalità e nell’esaltazione del genio.  Ma nel definire una siffatta dottrina, l’espressione di individualismo anarchico ci sembra contestabile. La qualifica di anarchico, considerata nel suo senso etimologico, difficilmente si adatta a dei pensatori della razza dei Goethe, dei Carlyle, dei Nietzsche, la cui filosofia sembra, al contrario, pervasa da idee di organizzazione gerarchica e di suddivisione armoniosa dei valori. D’altro canto l’epiteto d’individualista, non si applica forse nemmeno con uguale giustezza a ciascuno dei pensatori finora citati. Se esso è utile per designare la rivolta egoista, nichilista e anti-idealista di uno Stirner, difficilmente si applicherà alla filosofia hegeliana, ottimista e idealista di un Carlyle, che subordina nettamente l’individuo all’idea.

Anarchia e individualismo. Regna dunque una certa confusione sull’utilizzo di questi due termini, così come sulle dottrine e sui sentimenti che essi indicano. Noi vorremmo qui tentare di precisare la nozione di individualismo e di determinare il suo contenuto psicologico e sociologico che lo contraddistingue dall‘anarchia.

Iniziamo col porre subito una netta distinzione: quella cioè che conviene stabilire fra un sistema sociale e una semplice attitudine intellettuale o sentimentale. E’ qui che risiede, secondo noi, la differenza iniziale che deve essere stabilita fra l’anarchia e l’individualismo. L’anarchia, al di là della sua formula particolare, è essenzialmente un sistema sociale, una dottrina economica, politica e sociale che tenta di far penetrare nei fatti un dato ideale. Lo stesso amorfismo di Bakounine, che si definisce per l’assenza di qualsivoglia forma sociale è, dopo tutto, un sistema sociale. Al contrario l’individualismo ci sembra essere uno stato d’animo, una sensazione di vita, una certa attitudine intellettuale e sentimentale dell’individuo davanti alla società.

Sicuro, non ignoriamo l’esistenza, nel linguaggio sociologico, di un individualismo chiamato individualismo del diritto. Individualismo che proclama l’identità fondamentale delle varie individualità umane e quindi la loro uguaglianza dal punto di vista del diritto.
Siamo dunque in presenza di una dottrina giuridica e politica ben definita e non di una semplice attitudine di pensiero. Ma è fin troppo evidente che questa dottrina d’individualista non ha che il nome.

In effetti, essa insiste esclusivamente su ciò che vi è di più comune fra gli individui umani;  trascurando per partito preso quello che in essi vi è di diverso, di singolare e di propriamente individuale; di più, essa scorge in quest’ ultimo elemento l’origine del disordine e del male. Come si può notare questa dottrina non è ancora un vero e proprio individualismo, ma una forma dell’umanesimo o del socialismo. Che cos’è dunque l’individualismo? Considerato nel suo significato soggettivo e psicologico, l’individualismo è uno spirito di rivolta antisociale. E’, nell’individuo, il sentimento di una oppressione più o meno dolorosa, risultante dal vivere in società; ma nello stesso tempo è volontà d’insurrezione contro il determinismo sociale e di liberazione della propria personalità. Che sia in atto una lotta fra l’individuo e il suo ambiente sociale è impossibile contestarlo. Una verità elementare della sociologia è che la società è ben altra cosa che una semplice somma di singole unità. Per il fatto di raggrupparsi fra loro, le parti comuni e simili di queste unità tendono a rafforzarsi e a schiacciare le parti non comuni. Si forma e s’impone  così agli individui una certa nozione sulla necessità di un’ordine sociale esterno e superiore a loro. Essa s’incarna nelle regole, negli usi, nelle conoscenze e nelle leggi, in tutta una organizzazione sociale che esercita un’azione incessante sull’individuo. In ogni individuo, d’altra parte (in gradi diversi, è vero, secondo le individualità), si manifestano delle differenze di sensibilità, di godimento e di potenza che vogliono espandersi ma che invece incontrano le norme sociali come altrettanti ostacoli. I sociologi e i moralisti che si pongono dal punto di vista degli interessi della società possono ben qualificare queste tendenze da “vagabondi” come incoerenti, irrazionali e pericolose; ma non per questo esse hanno meno diritto all’esistenza di altre. E’ invano che la società voglia domarle brutalmente, ipocritamente; è invano che essa moltiplichi, contro l’indipendente e il ribelle, i modi d’intimidazione, la vessazione e l’eliminazione; è invano che essa si sforza, per mezzo dei suoi demagoghi della morale, di convincere l’individuo della propria  debolezza e della propria nullità; il sentimento dell’io- di un’io socialmente detestabile- in certi spiriti è indistruttibile, e provoca inevitabilmente la ribellione individualista.

Nell’evoluzione del sentimento individualista si possono distinguere due momenti. Nel primo, l’individuo prende coscienza del determinismo sociale che grava su di lui. Ma, al contempo, ha come la sensazione di essere lui stesso una “forza” nel seno di quel determinismo. Forza molto debole, se vogliamo, ma una forza, malgrado tutto, capace di lottare e forse di vincere. In ogni caso egli non vuole cedere senza prima aver tentato di opporsi alla società, ingaggiando contro di essa una lotta senza quartiere, contando sulla propria energia, sulla propria abilità e, all’occorrenza, sulla propria mancanza di scrupoli. E’ la storia dei grandi ambiziosi, dei lottatori senza alcuna pietà per la potenza. Un Julien Sorel, a esempio, in letteratura rappresenta questo tipo umano. Un cardinal De Raitz, un Napoleone, un Benjamin Constant lo rappresentano nell’ordine dei fatti, in gradi molto ineguali di energia, di assenza di scrupoli e anche di successi. Quali che siano le qualità dispiegate dall’individualità forte nella sua lotta per l’indipendenza e la potenza è raro che essa rimanga vittoriosa in questa lotta impari. La società è troppo forte, ci avvolge in una pesante rete di infinite fatalità e infiniti condizionamenti perché alla lunga si possa avere la meglio su di essa. Il tema romantico della lotta titanica dell’individualità forte contro la società non va mai senza il leitmotiv dello scoraggiamento e della disperazione; e termina sempre con una confessione di sconfitta.
<< Dio ha scagliato- dice Vigny- la terra nel mezzo dell’etere, e l’uomo stesso nel mezzo del suo destino. Un destino che lo avvolge e lo trascina verso uno scopo sempre più lontano e incomprensibile. Il volgare ne è trascinato; le grandi personalità sono quelle che lottano.- Ce ne sono pochi che abbiano lottato per tutta la loro vita fino a quando, trascinati dalla corrente, quei vigorosi nuotatori sono annegati.
Così Napoleone s’indebolì in Russia, malato, non lottò più: il destino lo ha sommerso.-
Catone fu il suo maestro spirituale fino alla fine >>.(4)

Un sentimento impotente di ribellione contro le condizioni sociali in cui la sorte lo ha scagliato, riempie le imprecazioni romantiche di De Couaen. Il testamento di De Camors esala lo scoraggiamento dello sconfitto. I “ figli del re” di De Gobineau, nel romanzo ,“Le pleiadi”,  dichiarano guerra alla società, ma ben presto si rendono conto di avere a che fare con qualcosa di più grande di loro; e che alla fine l’elevato numero di mediocri li schiaccerà (5). Dice ancora Vigny: <<Il deserto, ahimé! Sei tu, democrazia egualitaria, sei tu che hai seppellito ogni cosa sotto i tuoi piccoli granelli di sabbia ammassati. La tua unica preoccupazione è di fare tabula rasa di tutto. Eternamente si muovono la valle e la collina, ma solo di rado, da un’epoca all’altra, si scorge un uomo coraggioso; egli s’innalza come fosse una tromba d’aria per slanciarsi libero e forte contro il sole abbacinante, poi ricade al suolo, in polvere, tornando ad essere uno dei tanti strati di sabbia che compongono questo sinistro deserto >> (6). Benjamin Constant riconosce l’onnipotenza tirannica della società sull’individuo sia nei sentimenti che nelle azioni. << Anche il sentimento più sincero e appassionato non saprebbe opporsi a quest’ordine di cose. La società è troppo potente, essa si riproduce continuamente sotto molteplici forme, mescolando troppa amarezza all’amore che non ha sanzionato …>>. (7)

Il sentimento al quale giungono le forti individualità, è quello di una irrimediabile sproporzione fra le loro aspirazioni e il loro destino. Presi nella ragnatela di fatalità contrarie, essi si dibattono impotenti ed esasperati. Confessioni di quel genere abbondano in Vigny. << Nel mondo non vi è, a dire il vero, che due specie di uomini: quelli che hanno e quelli che prendono … Per me, nato nella prima di queste due categorie, è stato necessario vivere come se appartenessi alla seconda, e il sentimento di questo destino, che non doveva essere il mio, mi rivoltava interiormente (8)>>.Un Heine, ad esempio, presenta lo stesso doloroso spettacolo di inadeguatezza, quel continuo fluttuare e quel continuo strazio di una individualità superiore sballottata fra ideali e fazioni antagoniste e sentire di non appartenere a nulla. << Ciò che il mondo persegue e spera oggigiorno, scrive Heine nel 1848, è divenuto completamente estraneo al mio cuore; io m’inchino davanti al destino, poiché sono troppo debole per tenergli testa>>.

A  fianco di questi ribelli in grande stile, ve ne sono altri di minore importanza. Sono gli insoddisfatti comuni, ordinari, che incapaci di sollevarsi da soli contro una società che essi stessi giudicano oppressiva uniscono le loro forze a quelle di altri individui che come loro si sentono ugualmente danneggiati. Questi insoddisfatti formano una piccola società in lotta contro quella più grande. E’ la storia di tutte le sette rivoluzionarie. Minuscole all’origine, esse tendono ad espandersi e a trasformare la società secondo la loro immagine e somiglianza. Così inteso, lo spirito di rivolta è un buon dissolvente sociale; ma nello stesso tempo nasconde il germe di una nuova società, di una nuova tirannia. Esso gioca un ruolo importante nella storia in cui rappresenta lo spirito di cambiamento e di progresso.

Ma, anche qui, lo sforzo fatto dagli individui per abbattere le schiavitù esistenti finisce in una profonda delusione. Una tirannia abbattuta è rimpiazzata da un’altra. La minoranza vittoriosa si trasforma in maggioranza tirannica. E’ questo il circolo vizioso di ogni politica. Il progresso, nel senso di una liberazione dell’individuo, non è che un inganno. Non vi è, in realtà, che uno spostamento di condizionamenti e di servitù. Sotto la spinta della minoranza rivoluzionaria, le idee e i sentimenti collettivi si sono diretti verso oggetti di altro tipo, si sono incarnati cioè in un nuovo ideale. Ma una volta condivise dalla maggioranza, queste idee e questi sentimenti si tramutano all’istante in dogmi. Cristallizzate in dogmi e norme, esse sono ormai divenute una autorità che non ammette più alcuna opposizione, proprio come la vecchia autorità distrutta.
La logica conclusione di questo circolo vizioso tracciato dalla storia sembra essere quella indicata da Vigny: l’indifferenza in materia politica.  << Poco ci importa di sapere quale compagnia fa il suo ingresso sul teatro del potere>> (9).

Arriviamo così al secondo momento dell‘individualismo. Il primo momento è stato la rivolta coraggiosa e fidente dell’individuo che si lusinga di dominare la società e di forgiarla secondo il proprio desiderio. Il secondo invece è il sentimento dell’inutilità di questo sforzo. E’, dinanzi alle costrizioni e alle fatalità sociali, una rassegnazione coatta, mescolata, malgrado tutto, ad una ostilità irriducibile. L’individualismo è l’eterno sconfitto, giammai domo. E’ lo spirito di ribellione così mirabilmente simboleggiato da Leconte de Lisle nel suo Caino e nel suo Satana.

All’inizio, Caino getta in faccia a Dio il suo grido di ribellione:

Perché vagare all’infinito fra le sacre ombre,
Ansimante come un lupo fra i boschi al mattino?
Verso il chiarore di paradisi lontani
Perché dover aspettare i tuoi continui rimproveri?
Abbassa lo sguardo, schiavo, e subisci il tuo destino.

Ritorna nel nulla, verme! Che importa
Della tua inutile rivolta a colui che può tutto?
Il fuoco ride dell’acqua che mormora;
Il vento non ascolta gemere la foglia morta.
Prega e inginocchiati.- Io resterò in piedi!

Il vigliacco può strisciare sotto i piedi di chi lo addomestica,
Glorificare l‘obbrobrio, adorare il tormento,
E ripagare il riposo con l’avvilimento;
Jahve può benedire nel loro fango e nella loro vergogna
Lo spavento che adula e l’odio che mente.

Io resterò in piedi! E dalla sera al mattino,
E dall’alba al tramonto, mai nasconderò
L’instancabile grido di un cuore disperato!
La sete di giustizia, oh! cherubino, mi divora,
Schiacciami! Altrimenti io non mi piegherò mai!

Nella tristezza del diavolo, il poeta esprime lo sconforto del lottatore:

I giorni monotoni, come un’orribile pioggia,
S’ammassano, vuoti, nella mia eternità;
Forza, orgoglio, disperazione, tutto è vanità;
E l’ira mi pesa e il lottare mi annoia.
Come l’amore anche l’odio mi ha mentito!
Ho bevuto l’immenso mare di larve infeconde.
Caduto, schiacciato, fulminato, ammasso di mondi,
Nel sonno sacro che io sia inghiottito!
E i vigliacchi felici, e le razze dannate,
Per lo spazio luminoso senza inizio né fine,
Sentiranno una voce dire: Satana è morto
E questa sarà la tua fine, opera dei sei giorni!

Discendiamo ora dalle altezze di questo simbolismo. Ricondotto a dei termini terrestri, l’individualismo è il sentimento di un’ antinomia profonda, irriducibile, fra l’individuo e la società.

L’individualista è colui che, in virtù del suo temperamento, è predisposto a sentire in maniera particolarmente viva le ineluttabili disarmonie fra il suo essere più profondo e l’ambiente sociale in cui vive. E’ nello stesso tempo un uomo al quale la vita gli ha riservato alcune di quelle occasioni decisive per constatare questa disarmonia. In lui, sia per la brutalità, sia per la continuità delle sue esperienze, si è avverato il fatto che la società è per l’individuo una perpetua generatrice di costrizioni, umiliazioni e miserie, una sorta di creazione perpetua del dolore umano. Nel nome della sua propria esperienza e della sua personale sensazione di vita, l’individualista si crede in diritto di relegare al rango di utopie tutti quegli ideali di una società futura in cui si realizzerebbe la tanto sospirata armonia fra l’individuo e la società. Prima ancora di ridurre le sofferenze, lo sviluppo della civiltà non ha fatto altro che intensificarle, rendendo la vita dell’individuo più complicata, più faticosa e più dura in mezzo a mille ingranaggi di un meccanismo sociale sempre più tirannico. La scienza stessa, intensificando nell’individuo la coscienza che le sue condizioni vitali sono determinate dalla società, non ha portato che all’oscuramento dei suoi orizzonti morali e intellettuali. Qui auget scientiam auget et dolorem. L’individualismo è essenzialmente un pessimismo sociale. Se nella sua forma più moderata ammette che la vita in società non è un male assoluto e totalmente distruttivo dell’individualità, nondimeno la considera per l’individuo una condizione restrittiva e oppressiva, una specie di “carte forcée”, un male necessario e un ripiego.

Gli individualisti che rispondono a questa definizione formano un piccolo gruppo piuttosto triste, in cui il verbo della ribellione, rassegnato o disperato che sia, contrasta con le fanfare dell’avvenire dei sociologi ottimisti. E’ Vigny, che dice: << L’ordine sociale è sempre cattivo. Di volta in volta è solamente sopportabile. Dal cattivo al sopportabile, la disputa non vale una goccia di sangue >>(10). E’ Schopenhauer che vede la vita sociale come la suprema emanazione della malvagità e del dolore umani. E’ Stirner, col suo solipsismo intellettuale e morale, perpetuamente in guardia contro gli inganni dell’idealismo sociale e contro la cristallizzazione intellettuale e morale in cui ogni società organizzata minaccia l‘individuo. E’, in certi momenti, un Amiel, col suo stoicismo doloroso, il quale percepisce la società come una limitazione e una repressione della sua libera natura spirituale. E’ un David Thoreau, discepolo a oltranza di Emerson, “ Il maestro della natura”, che prende la decisione di allontanarsi dalle vie ordinarie dell’attività umana e diventare un “flaneur”, spirito indipendente e sognatore, << un flaneur la cui vita tuttavia sarebbe in ogni istante sempre più ricca di lavoro vero che non la vita intera di molti uomini occupati>>.

E’ un Challemel-Lacour con la sua concezione pessimista della società e del progresso. E’, in alcuni momenti, forse, un Tarde, col suo individualismo tinto di misantropia e che da qualche parte si esprime così:<<  Può darsi che il flusso dell’imitazione abbia le sue rive e che, per l’effetto stesso del suo spiegamento eccessivo, il bisogno di sociabilità diminuisca o, piuttosto, si alteri e si trasformi in una sorta di misantropia generale; molto compatibile, d’altronde, con una circolazione commerciale più moderata e una certa attività di scambi industriali ridotta al minimo necessario, ma, soprattutto, fortemente propri a rafforzare in ciascuno di noi i tratti distintivi della nostra individualità interiore>>.
Lo stesso avviene in coloro che, come Maurice Barrés, rifuggono, per dilettantismo e veste d’artista, dagli accenti di un’aspra ribellione o di un pessimismo scoraggiato, l’individualismo rimane il sentimento dell’ <<impossibilità che esiste di accordare l’io particolare con l’io generale>>(11). E’ una volontà di liberare il proprio io, di coltivarlo in ciò che di più speciale e di più profondo può avere.
<< L’individualista, dice Barrés, è colui che, per orgoglio del suo vero io che non riesce a liberare, uccide, diffama e rinnega senza tregua tutto quello che egli ha in comune con la gran massa degli uomini … La dignità degli uomini della nostra razza è aggrappata esclusivamente a certi brividi che il mondo non conosce, e nemmeno può vedere>>(12).

In tutti, l’individualismo è un’attitudine della sensibilità che va dall’ostilità e dalla diffidenza alla indifferenza e al disprezzo contro la società in cui siamo costretti a vivere, faccia  a faccia con le sue regole livellatrici, con le sue monotone ripetizioni, e con le sue opprimenti costrizioni. E’ il desiderio di sfuggirle e di ritirarsi in se stessi. E’, soprattutto, il sentimento profondo dell’unicità dell’io, di ciò che l’io conserva, malgrado tutto, d’incomprensibile e d’inaccessibile alle influenze sociali. E’, come dice Tarde, il sentimento della << singolarità profonda e fuggevole delle persone, del loro modo  d’essere, di pensare, di sentire, che non è che un breve istante>> (13).

Dopo quanto abbiamo detto è ancora necessario mostrare quanto questa attitudine differisca dall’anarchia?

Senza dubbio, in un certo senso, l’anarchia deriva dall’individualismo (14). Infatti essa è la ribellione antisociale di una minoranza che si sente oppressa o svantaggiata dall’ordine delle cose attuale. Ma l’anarchia non rappresenta che il primo momento dell’individualismo: il momento della fede e della speranza, dell’azione coraggiosa e fiduciosa nel successo finale. L’individualismo, nel suo secondo momento, si converte, come abbiamo visto, in pessimismo sociale.
Il passaggio dalla speranza alla disperazione, dall’ottimismo al pessimismo è, qui, in gran parte, affare di temperamento psicologico. Vi sono delle anime delicate che ferite dal contatto con le realtà sociali sono pronte a non farsi più alcuna illusione, un Vigny o un Heine per esempio. Si può dire che queste anime appartengano al tipo psicologico cosiddetto sensitivo. In esse il sentimento del determinismo sociale si fa sempre più opprimente e ossessivo. Ma vi sono altri temperamenti che resistono ai continui insuccessi, che non riconoscono anche le più dure lezioni dell’esperienza e che restano incrollabili nella loro fede. Questi temperamenti appartengono al tipo attivo, e sono gli apostoli dell’anarchia come Bakounin, Kropotkine e Reclus. Forse la loro imperturbabile fiducia nell’ideale in cui credono proviene da una minore acutezza intellettuale ed emotiva. Le ragioni del dubbio e dello sconforto non li sorprendono mai così vivamente da offuscare l’idea astratta che si sono forgiati tanto da portarli fino all’esito finale e più logico dell’individualismo: il pessimismo sociale.

Qualunque cosa avvenga, l’ottimismo anarchico non ha mai dubbi. Questo ottimismo, spesso superficiale e ingenuo, viene ostentato in quei volumi dalle copertine rosso sangue in pelle di bue che costituiscono la lettura preferita dei suoi propagandisti! L’ombra dell’ottimista Rousseau aleggia su tutta questa letteratura. L’ottimismo anarchico consiste nel credere che le disarmonie sociali, che le antinomie nello stato attuale delle cose, presenti fra l’individuo e la società,  non sono essenziali, ma accidentali e provvisorie, e che esse un giorno si risolveranno  per fare posto ad un’era di armonia.

L’anarchia poggia su due principi che sembrano tra loro completarsi, ma che in sostanza si contraddicono. Uno è il principio propriamente individualista o libertario formulato da Guillaume de Humboldt, e scelto da Stuart Mill come epigrafe al suo “ Saggio sulla libertà umana“:<<Il grande  principio è l’importanza essenziale e assoluta dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità>>. L’altro è il principio umanista o altruista che sul terreno propriamente economico si traduce nel comunismo anarchico.- Che il principio individualista e il principio umanista si neghino l’uno l’altro, è un’ evidenza provata dalla logica e dai fatti.
O il principio individualista non significa nulla , o è una rivendicazione di ciò che di diverso e d’ineguale vi può essere fra gli individui in favore dei tratti che li differenziano, li separano e all’occorrenza li oppongono. L’umanismo, al contrario, mira all’assimilazione della specie umana.

Il suo ideale è, seguendo l’espressione di Gide, di fare dell’affermazione: “ I nostri simili”, una realtà. Infatti, allo stato attuale delle cose, vediamo l’antagonismo di questi due principi affermarsi nei teorici più avveduti dell‘anarchia, e questo antagonismo, logico e necessario, non può mancare di portare alla disgregazione dell’anarchia, intesa come dottrina politica e sociale (15). Malgrado le difficoltà che può incontrare chi volesse conciliare il principio individualista e il principio umanista, questi due principi, rivali e nemici, almeno su di un punto si ritrovano: entrambi sono fortemente ottimisti.- Ottimista, il principio di Humboldt, lo è in ciò che afferma implicitamente la bontà originaria della natura umana e la legittimità della sua libera espansione. Esso si oppone alla condanna cristiana dei nostri istinti naturali, e si comprendono i dubbi che Dupont-White, il traduttore del “ Saggio sulla libertà“, ha creduto di dover fare dal punto di vista spiritualista e cristiano (condanna della carne) in ciò che concerne questo principio (16). Non meno ottimista è il principio umanista. L’umanismo, infatti, non è altro che la divinizzazione di ciò che di più generico vi è nell’uomo, nella specie umana e di conseguenza nella società. Come si vede, l’anarchia, ottimista nei confronti dell’individuo, lo è ancor di più nei confronti della società. L’anarchia ritiene che le libertà individuali, una volta abbandonate a se stesse, si armonizzeranno naturalmente fra loro e realizzeranno spontaneamente l’ideale anarchico della società libera.

Rispetto al cristianesimo e all‘anarchia, qual’è l’atteggiamento dell’individualismo? L’individualismo, filosofia realista, fatta di vita vissuta e di sensazioni immediate, rifiuta allo stesso modo entrambe le metafisiche: l’una, la metafisica cristiana, che afferma a priori la perversità originaria dell’uomo; l’altra, la metafisica razionalista e rousseauniana, che afferma, non meno a priori, la sostanziale bontà originaria della nostra natura.- L’individualismo si pone davanti ai fatti. Ora, questi lo portano a vedere nell’essere umano un fascio di istinti in lotta gli uni con gli altri e nella società umana un gruppo di individui anch’essi necessariamente in lotta gli uni con gli altri. Per effetto di tali condizioni d‘esistenza, l’essere umano è sottomesso alla legge della lotta: lotta interiore tra i propri istinti, lotta esteriore contro i suoi simili. Se riconoscere il carattere permanente e universale dell’egoismo e della lotta nell’esistenza umana, vuol dire essere pessimista, bisognerà dunque dire che l’individualismo è pessimista. Ma  bisogna subito aggiungere che il pessimismo dell‘individualismo, pessimismo di fatto, pessimismo sperimentale in qualche maniera, pessimismo a posteriori, è totalmente differente dal pessimismo teologico che pronuncia, a priori, in nome del dogma, la condanna della natura umana. D’altro canto, l’individualismo non si separa meno nettamente dall’anarchia. Se, con l’anarchia, ammette il principio di Von Humboldt della normale e necessaria tendenza della nostra natura al suo pieno sviluppo, nello stesso tempo riconosce che questa tendenza è destinata a non essere mai soddisfatta a causa delle disarmonie interiori ed esteriori della nostra natura(17). In altre parole, esso considera lo sviluppo armonico dell’individuo e della società: un’utopia.- Pessimista in ciò che concerne l’individuo, l’individualismo lo è ancor di più in ciò che concerne la società. L’uomo è per natura un essere disarmonico, in ragione della lotta interiore dei suoi istinti. Ma questa disarmonia è accresciuta dallo stato della società che, per un doloroso paradosso, reprime i nostri istinti e nello stesso tempo li esaspera.- Infatti, dall’avvicinamento dei singoli voler-vivere individuali si forma un voler vivere collettivo che diviene immediatamente oppressivo per i voler-vivere individuali, e che si oppone con tutte le sue forze alla loro espansione.- Lo stato della società spinge così agli estremi le disarmonie della nostra natura; esasperandole e mettendole nella più desolante evidenza. La società rappresenta  veramente, secondo il pensiero di Schopenhauer, il voler vivere al suo massimo di desiderio, lotta, insaziabilità e sofferenza.Dall’opposizione fra l’anarchia e l’individualismo ne sorgono altre.L’anarchia crede nel progresso. L’individualismo è una attitudine di pensiero che si potrebbe chiamare non storica. Esso nega il divenire, il progresso. Vede l’agire umano nell’ottica di un eterno presente. Come Schopenhauer, col quale offre più di un’analogia, anche Stirner è uno spirito non storico.

Egli crede che sia chimerico aspettarsi dal domani qualcosa di nuovo e di grande. Ogni forma sociale, per il fatto di cristallizzarsi, opprime l’individuo. Per Stirner, non il domani utopico, non “il paradiso alla fine dei nostri giorni“, ma solo l‘oggi dell‘egoista esiste. L’atteggiamento di Stirner davanti alla società è lo stesso di Schopenhauer davanti alla natura e alla vita. In Schopenhauer, la negazione della vita resta tutta metafisica e, se così si può dire, tutta spirituale ( si ricordi come Schopenhauer condanni il suicidio, che ne sarebbe la negazione materiale e tangibile). Ugualmente, la ribellione di Stirner contro la società è una ribellione tutta spirituale, tutta interiore, fatta di intenzioni e volontà intime. Essa non è, come in un Bakounine, un appello alla distruzione totale. Essa è, riguardo alla società, un semplice atto di sfiducia e di ostilità passiva, un misto di indifferenza e rassegnazione sprezzante. Non si tratta per l’individuo di lottare contro la società; poiché la società sarà sempre la più forte. Bisogna dunque obbedirle,- obbedirle come un cane fedele. Ma Stirner, benché le ubbidisca, conserva per essa, in guisa di consolazione, un immenso disprezzo intellettuale. E’ quasi l’atteggiamento di Vigny davanti alla natura e alla società: <<Una disperazione passiva, senza scatti d’ira e senza rimproveri al cielo, è la saggezza stessa >>(18). E ancora: << Il silenzio sarà la migliore critica della vita>>.

L’anarchia è un idealismo esasperato e folle. L’individualismo invece si riassume in un tratto comune a Schopenhauer e a Stirner: uno spietato realismo. Esso porta a quello che uno scrittore tedesco chiama “de-idealizzazione” (Entidealisierung) (19) fondamentale alla vita e alla società. << Un’ideale non è che un gendarme>>, dice Stirner.- Da questo punto di vista, Stirner è il rappresentante più autentico dell’individualismo. La sua parola fredda avvince gli animi di ben altri fremiti che non la parola appassionata e radiosa di Nietzsche. Nietzsche rimane un’idealista impenitente, imperioso, violento. Egli idealizza l’umanità superiore. Stirner, al contrario, rappresenta la più completa de-idealizzazione della natura e della vita, la più radicale filosofia del disinganno che sia mai apparsa sulla terra dopo l’ecclesiaste. Pessimista senza misura né riserva, l’individualismo è assolutamente antisociale, a differenza dell’anarchia, che lo è solo relativamente (in rapporto alla società attuale).

L’anarchia ammette giustamente un’ antinomia fra l’individuo e lo Stato, antinomia che viene risolta con la soppressione di quest’ultimo; ma poi non scorge alcuna antinomia fondamentale, irriducibile, fra l’individuo e la società. L’anarchia, se anatemizza lo Stato, assolve e divinizza quasi la società. La società rappresenta ai suoi occhi una credenza spontanea (Spencer), mentre lo Stato è un’organizzazione artificiale e autoritaria(20). Agli occhi dell’individualista la società è tanto tirannica, se non di più, dello Stato. La società, infatti, non è altro che l’insieme dei legami sociali di ogni genere ( opinioni, costumi, usanze, convenienze, mutua sorveglianza, spionaggio più o meno discreto della condotta degli altri, approvazioni e disapprovazioni morali, ecc.). Così intesa, la società costituisce un tessuto compatto di tirannie piccole e grandi, esigenti, inevitabili, incessanti, moleste e spietate, che penetrano nei dettagli della vita individuale ben più profondamente e più continuamente di tante costrizioni statali. D’altronde, se le si guarda da vicino, la tirannia dello Stato e quella dei costumi procedono entrambe da una medesima radice: l’interesse collettivo di una casta o di una classe che desidera stabilire o conservare il proprio dominio e il proprio prestigio. Opinioni e usanze sono in parte il residuo di antiche discipline di casta in via di sparizione, in parte il germe di nuove discipline sociali che portano con sé la nuova classe dirigente in via di formazione. E’ per questo motivo che, fra l’oppressione dello Stato e quella dei costumi, non vi è che una differenza di grado.
In fondo entrambe mirano allo stesso scopo: il mantenimento di un certo conformismo morale utile al gruppo e l’utilizzo delle stesse procedure di vessazione e di eliminazione degli indipendenti e dei refrattari.

La sola differenza è che le sanzioni di tipo morale (opinioni e costumi) sono più ipocrite delle altre. Proudhon ha ragione nel dire che lo Stato non è che lo specchio della società. Esso è tirannico perché già la società è tirannica. Il governo, secondo l’osservazione di Tolstoj, è un’insieme di uomini che sfruttano altri uomini e che favorisce soprattutto i malvagi e i furbi. Se tale è la pratica adottata dal governo, tale è anche quella della società. Vi è adeguazione fra questi due termini: Stato e società. L’uno vale ciò che anche l’altra vale. Lo spirito gregario o spirito di società non è meno oppressivo per l’individuo che lo spirito statalista o lo spirito pretesco, i quali non si mantengono che grazie a lui e per lui. Cosa strana! Stirner stesso sembra diviso sui rapporti fra società e stato, il medesimo errore di uno Spencer e di un Bakounine. Egli protesta contro l’ingerenza dello stato nelle azioni dell’individuo, ma non contro quella della società. << Davanti all’individuo lo Stato si cinge il capo con l’aureola della santità; promulgando, per esempio, una legge che vieta il duello. Due uomini che sono d’accordo nel voler rischiare la loro vita allo scopo di regolare una causa (qualunque essa sia), non devono poterlo fare, perché lo Stato non vuole; prevedendo anzi per i trasgressori un’azione penale ed un castigo. Ma allora cosa resta della libertà all’autodeterminazione? Le cose stanno ben diversamente quando, come avviene ad esempio nell’America del nord, la società decide di far subire ai duellanti certe spiacevoli conseguenze dovute alla loro condotta, togliendo loro la stima di cui avevano goduto fino ad allora. Negare la stima ad un’altra persona è una cosa che può fare chiunque, e se una società lo vuole fare per questo o per quel motivo, chi ne è colpito non può lamentarsi che la sua libertà venga pregiudicata: la società fa solo valere la propria libertà. La società di cui parliamo lascia liberamente decidere all‘individuo se sottoporsi alle conseguenze negative o ai disagi che derivano dalla sua maniera di agire, e lascia intatta la sua libertà di decisione. Lo Stato fa esattamente il contrario: nega ogni legittimità alla volontà dell‘individuo e non riconosce come legittima che la sua propria volontà, la legge >>(21).- Strano ragionamento. La legge non mi colpisce.- In cosa sarei più libero io se la società mi boicotta? Simili ragionamenti legittimerebbero tutti gli attentati di un’opinione pubblica infetta di bigottismo morale contro l’individuo. E’ sulla base di tali ragionamenti che si è costruita la leggenda della libertà individuale nei paesi anglosassoni (22). Lo stesso Stirner avverte la contraddizione del suo ragionamento e spingendosi più avanti arriva a formulare la celebre distinzione fra società e associazione. Nell’una (la società), l’individuo è considerato come un mezzo; nell’altra (l’associazione), considera se stesso come il fine da raggiungere, e tratta l’associazione come un mezzo per la propria potenza e per il proprio godimento.<< Nella associazione tu impegni tutto il tuo potere, tutta la tua capacità, e ti fai valere. Nella società invece vieni usato. Nella prima tu vivi egoisticamente; nella seconda tu vivi umanamente, vale a dire religiosamente: tu lavori nella vigna del signore. Alla società sei debitore di quello che hai, sei sempre in obbligo verso di essa, sei sempre sommerso dai doveri sociali; all’associazione invece non devi niente, la sfrutti e l’abbandoni quando meglio credi, senza obblighi di fedeltà, quando sai di non poterne più trarre alcun utile …>>; e più avanti << Se la società conta più di te, se la metterai al di sopra di ogni cosa, allora ne diventerai anche il suo schiavo; l’associazione non è che il tuo strumento, l’arma con cui accresci e moltiplichi la tua forza naturale. L’associazione non esiste che per te stesso e per tuo tramite, la società al contrario ti reclama come se fossi un bene di sua proprietà, e può esistere senza di te. Insomma, la società è sacra e l’associazione è di tua proprietà; la società ti sfrutta, l’associazione sei tu a sfruttarla>>(23).
Distinzione vana, se c‘è stata! Dove fissare il confine fra società e associazione? L’associazione non tende, nella confessione di  Stirner, a cristallizzarsi anch’essa in una sorta di società?

Da qualunque parte lo si prenda, l’anarchia è nell’impossibilità di far conciliare questi due termini opposti: società e libertà individuale. La società libera vagheggiata utopisticamente è una contraddizione in termini.
E’ un bastone senza estremità, un bosco di ferro. Parlando degli anarchici, Nietzsche scrive:<< Si può già leggere sui muri e sui tavoli la loro parola sull’avvenire: società libera.-Società libera! Perfettamente! Ma penso che voi sappiate, signori, come la si costruisce? Con la spada …>>(24). L’individualismo è più netto e più franco che l‘anarchia. Esso pone Stato, società e associazione sullo stesso piano, li respinge uno dopo l’altro, e li getta il più lontano possibile . <<Tutte le associazioni hanno i difetti dei conventi>> , dice Vigny.

Antisociale, l’individualismo è volutamente immoralista. Ciò però non è sempre vero in modo assoluto. In Vigny, l’individualismo pessimista si concilia con uno stoicismo morale altero, severo e puro. Tuttavia, anche in Vigny, sussiste un certo immoralismo: la tendenza a de-idealizzare la società, a separare e a opporre i due termini, società e moralità, e a considerare la società come generatrice fatale di viltà, ignoranza e ipocrisia. << Cinque Marzo Stello, servitù e grandezza militari sono i canti di una sorta di poema epico sulla disillusione; ma queste non saranno che delle cose sociali e false di cui farò perdere le tracce e di cui calpesterò le illusioni; e su queste macerie polverose io innalzerò la santa bellezza dell’entusiasmo, dell’amore, dell’onore …>>(25). E’ inutile dire che in Stirner e in Stendhal l’individualismo è immoralista, senza scrupoli né riserve.- L’anarchia, al contrario, è imbevuta di un moralismo assai grossolano. La morale anarchica potrà essere senza costrizioni né sanzioni, ma sarà pur sempre una morale. E’ in sostanza la morale cristiana, fatta eccezione per l’elemento pessimista racchiuso in quest’ultima. L’anarchico ritiene che le virtù necessarie all’armonia sociale fioriranno spontaneamente. Nemica della coercizione, la dottrina anarchica permette anche agli sfaticati di attingere a piene mani dalla dispensa generale della società. Ma l’anarchico è anche convinto che nella città futura i nullafacenti saranno rarissimi o che non ce ne saranno affatto.
Ottimista e idealista, imbevuto di umanesimo e di moralismo, l’anarchia è un dogmatismo sociale. E’ una “causa”, nel senso che Stirner da’ a questa parola. Altra cosa è una “causa”, altra cosa, invece, è una semplice attitudine individuale. Una causa implica un’ adesione comune a un’idea, una credenza condivisa e una devozione ad essa. Tale non è l’individualismo. L’individualismo è antidogmatico e poco incline al proselitismo. Esso prenderebbe volentieri per divisa il motto di Stiner: <<Io ho fondato la mia causa sul nulla>>. Il vero individualista non cerca di comunicare agli altri le sue sensazioni. A che scopo? Tutti gli individui sono ineffabili. Persuaso della diversità dei temperamenti, e della inutilità di una regola comune, l’individualista direbbe volentieri con David Thoreau: <<  Non vorrei per nulla al mondo che qualcuno adottasse il mio stile di vita: poiché, prima che lui l’abbia imparato, io, forse, potrei averne già scoperto un altro,- vorrei che nel mondo ci fossero persone il più possibile diverse fra loro, capaci di seguire la propria strada, e non quella dei genitori o del vicino di casa>>. L’individualista sa che vi sono dei temperamenti refrattari allo stesso individualismo e che sarebbe ridicolo volerli convincere del contrario. Agli occhi di un pensatore innamorato della solitudine e dell’indipendenza, di un meditativo, di un vero seguace della vita interiore come Vigny, la vita sociale e i suoi tumulti appariranno come qualcosa di artificioso, di falso, di estraneo ad ogni sincero sentimento. E viceversa, coloro che per temperamento avvertono un imperioso bisogno di vita e di azione, coloro che si lanciano nella mischia, coloro che credono nella virtù di leghe e raggruppamenti, coloro che hanno continuamente in bocca parole quali: l’idea, la causa …, coloro che credono che il domani apporterà qualcosa di nuovo e di grande, costoro disconoscono e disprezzano necessariamente il meditativo, colui che davanti alla moltitudine della massa abbassa la saracinesca di cui parla Vigny .

Vita interiore e azione sociale sono due cose che si escludono a vicenda. Due stati d’animo che non sono fatti per capirsi. In antitesi fra loro, che si legga da una parte gli “ Aforismi sulla saggezza del vivere” di schopenhauer, bibbia di un certo individualismo riservato, diffidente e triste, o il “Giornale intimo” di Amiel, o il giornale di Vigny; e dall’altra si legga un Benoit Malon, un Eliseo Reclus o un Kropotkin, si vedrà l’abisso che separa questi due stati d’animo: il pessimista e il riformista.
Ora, se ci domandiamo quali sono i tratti più salienti del dogmatismo anarchico, si può rispondere che il primo e più importante di questi tratti è l’intellettualismo o lo scientismo. Quali che siano le differenze che separano il marxismo ortodosso dall’anarchia tradizionale, si possono considerare, seguendo la fine osservazione di E. Berth, come <<  i due aspetti divergenti, ma complementari, di una medesima psicologia sociale, di quella psicologia sociale fortemente intellettualista e razionalista che regnava nella seconda metà del secolo scorso >> (26). Ciò che caratterizza l’anarchia, è la fede nella scienza. In generale gli anarchici sono dei grandi lettori, dei ferventi della scienza. Essi hanno ancora fede nell’efficacia della scienza per poter fondare una società razionale.- << Nessuno, dice Berth, ha votato alla scienza un culto più fervente, nessuno ha creduto alla virtù della scienza con più ardente fede che gli anarchici individualisti. Essi hanno sempre opposto la scienza alla religione e concepito il libero pensiero come un’anti-chiesa …>>; << Ma, aggiunge Berth, conviene insistere su questa religione della scienza, così eminentemente sviluppata negli anarchici individualisti. La scienza è divisa in due parti: l’una formale, astratta, sistematica, dogmatica, sorta di cosmologia metafisica, molto lontana dal reale e tuttavia con la pretesa di rinchiudere questo reale diverso e prodigiosamente complesso nell’unità delle sue formule astratte e semplici; è la scienza tout-court, quella con la esse maiuscola, la scienza una, che pretende di opporsi alla religione, opponendole soluzione a soluzione e dando del mondo e delle sue origini una spiegazione razionale,- e vi sono le singole scienze, differenti, concrete, aventi ciascuna il proprio metodo d’indagine, adatto al loro oggetto particolare,- scienze che stringono il reale più da vicino e che di volta in volta non sono che delle tecniche ragionate. Qui, la pretesa unità della scienza è interrotta. Va da sè che gli anarchici hanno sempre coltivato la sua parte metafisica e formale. Essa procura a coloro che vi si applicano un’ebbrezza intellettuale che gli dona una formidabile illusione di potenza. La scienza rimpiazza la religione. Colma il vuoto lasciato nell’anima dalla fede ormai svanita. Si possiede il mondo; lo si racchiude in qualche formula semplice e chiara: quale autorità! E quale rivincita per un isolato, un solitario, un selvaggio! Egli sfugge alla debolezza e alla miseria inerenti alla sua solitudine, ed eccolo padrone dell’universo!>>(27)- Da questo intellettualismo scientista deriva l’autoritarismo anarchico . << L’intellettualismo anarchico- che non sfugge alla legge tipica di ogni intellettualismo-porta così al più perfetto autoritarismo. Ciò è fatale. Non vi è spazio per la libertà nell’intellettualismo, di qualunque tipo esso sia . La libertà, è l’invenzione,  il diritto e il potere di scoprire qualcosa di nuovo da aggiungere all’universo: ma se vi è una verità unica e universale, che ci è stata rivelata dalla religione o dalla scienza, e al di fuori della quale non vi è né benessere individuale, né ordine sociale, la libertà non ha ragione d’essere, essa non esiste che negativamente; la scienza reclama la libertà contro la religione, e quando è la scienza a dominare, la religione reclama la propria libertà contro la scienza, ma come non possono esistere contemporaneamente due verità, uniche e universali, bisogna che l’una uccida l’altra; poiché, se vi è una sola verità, è nel nome di questa che si deve realizzare l’unità sociale, morale, nazionale, internazionale e umanista >> (28). – L’intellettualismo scientista ha segnato con la sua impronta tutti i piani di riorganizzazione sociale secondo le formule anarchiche. I primi teorici dell’anarchia fanno appello a delle considerazioni cosmologiche, fisiche, biologiche tanto pretenziose quanto vaghe(29). La biologia, specialmente, è invocata spesso a sostegno delle utopie anarchiche. E’ essa che ci mostra negli esseri viventi lo spettacolo de “l’autonomia nell’armonia” e ci invita a realizzare questo ideale nelle società umane. E’essa che ci suggerisce l’idea egualitaria dell’equivalenza delle funzioni e degli organi nell’organismo biologico, e, per analogia, nell’organismo sociale.

Il vago ideale dell’evoluzionismo interviene come un deus ex machina nel risolvere le difficoltà.- Ma è sempre dal progresso della scienza che ci si aspetta il benessere futuro dell’umanità. Il progresso scientifico e meccanico genererà un tale rigurgito di ricchezze che la “ presa nel mucchio” basterà come mezzo di ripartizione(30).

Va da sè che l’individualismo non ritiene nulla di questi sogni pseudo-scientifici. Per l’individualista, la scienza non esiste; esistono solamente delle scienze, vale a dire dei metodi di ricerca più o meno prudenti e sicuri. Nulla di più contrario all’autentico spirito scientifico che lo scientismo unitario più sopra descritto.- L’individualista è mediocremente amico dell’intellettualismo, in cui vede, a ragione, una minaccia autoritaria. Con i Bayle, gli Stendhal, i Fourier , esso nega volentieri l’azione dell’ idea sulla condotta; limita il campo della lungimiranza e desidera ardentemente la libertà e l’azzardo. La lungimiranza ci incatena; ci rende prudenti, timorosi, calcolatori. L’individualista canta volentieri con Stirner la felice libertà dell’istante, diffida delle generalizzazioni della sociologia che, per essere una scienza incerta, non è meno dispotica; insorge contro l’oligarchia dei sapienti sognata da Berthelot con altrettanta vanità con cui anche gli antichi papi sognavano una teocrazia universale.
L’individualista ama poco i piani di riorganizzazione sociale; la sua attitudine davanti a questi problemi è quella, tutta negativa, definita dal “Nemico delle leggi” di Barrés: << Che cosa volete fare? Me lo dite? Non lo so, lo ignoro, benché sia molto curioso. Trascinato a distruggere tutto quello che esiste, non vedo però nulla di preciso che valga la pena ricostruire. E’ la tipica situazione di chi soffre per le scarpe troppo strette: egli non si preoccupa che di togliersele … In tutta sincerità, io mi credo di una razza che non vale che per capire e disorganizzare >> (31).

Dalle differenze teoriche che abbiamo indicate fra l’anarchia e l’individualismo ne derivano altre sul dominio della pratica.

La linea di condotta raccomandata dall’individualismo per contrapporsi alla società differisce notevolmente da quella che prescrive l’anarchia.

Per l’individualista, il problema da affrontare è questo: come bisogna fare per vivere in una società considerata come un male necessario?

La sola soluzione radicale che comporta il pessimismo sociale sarebbe, ci sembra, il suicidio o la ritirata nei boschi. Ma se un individualista, a torto o a ragione, rifiuta un tale estremismo, un’altra soluzione gli si presenta, soluzione non più radicale, ma solo approssimativa, relativa, fondata su di un accomodamento alle necessità della vita pratica.- Il problema è qui analogo a quello che si è posto Schopenhauer alla fine dei sui “Aforismi sulla saggezza del vivere“. Per il nostro si tratta di esporre una filosofia che renda la vita più sopportabile e più felice possibile o, secondo la sua stessa definizione, una “eudemonologia”. Ora, l’idea di una tale eudemonologia è in contraddizione diretta con la concezione generale che Schopenhauer si è fatto della vita. Di conseguenza, l’eudemonologia che egli espone, sarà chiaramente una sorta di filosofia inferiore, esoterica, basata sull’errore, una concessione alla debolezza umana e alle necessità della vita pratica. << Per poter trattare questa questione, dice Schopenhauer, mi sono dovuto allontanare completamente dal punto di vista metafisico e morale al quale conduce la mia più autentica filosofia. Tutti gli sviluppi successivi sono dunque fondati, in una certa misura, su di un accomodamento, nel senso che essi si pongo dal punto di vista abituale, empirico, e ne conservano l’errore>> (32).

Esattamente allo stesso modo è permesso all’individualista, al pessimista sociale, domandarsi come potrà arrangiarsi per realizzare il massimo d’indipendenza relativa, compatibile con uno stato sociale fortemente oppressivo e tirannico. Si tratta di un problema pratico che consiste nell’allentare il più possibile le catene sociali, nel respingere il più lontano possibile gli ostacoli che la società impone all’individuo, nello stabilire una sorta di accordo e di modus vivendi tollerabile per l’individuo condannato a vivere in società.

La tattica dell’individualista contro la società sarà infinitamente più complessa, più delicata, più ricca, più sfumata e più varia di quella, grossolana e brutale, adottata dall’anarchia.-  Ciascuno qui potrà farsi il proprio piano di vita individuale, comporsi una raccolta di ricette pratiche per destreggiarsi nella società, per sfuggirle nella misura in cui gli è possibile farlo, per passare attraverso le maglie della rete con cui la società lo rinchiude o, se si preferisce, per scivolare via fra le insidie sociali, lasciando meno tracce possibili lungo il cammino. *
Questa tattica può portare ai seguenti due punti:

1°) Opera di affrancamento esteriore dell’individuo di fronte alle relazioni e alle influenze sociali in cui si trova intrappolato ( circoli sociali e autorità da cui dipende); 2°) metodo di affrancamento interiore o di igiene intellettuale e morale volto a fortificare in sé i sentimenti di indipendenza e individualismo.

Sul primo punto, si potrebbe, forse, con l’aiuto delle osservazioni e dei precetti dei moralisti individualisti, creare un piccolo programma che comporterebbe i seguenti punti:

A) Ridurre al minimo le relazioni e gli assoggettamenti esteriori. Per fare questo, bisogna semplificare la propria vita; non impegnarsi in alcun legame, né affiliarsi ad alcun gruppo (leghe, partiti, raggruppamenti di ogni genere), capace di limitare la nostra libertà (precetto cartesiano). Sfidare coraggiosamente il vae soli. Ciò è sovente utile;

B) Se la mancanza d’indipendenza economica, o se la necessità di difenderci da influenze più potenti e minacciose, ci obbliga ad impegnarci in quei legami, è necessario legarsi ad essi in maniera convenzionale e revocabile, e solo nella misura in cui il nostro interesse egoista ce lo ordina;

C) Praticare contro le influenze e i poteri la tattica difensiva che potremmo formulare così:  divide ut liber sis. Mettere contro fra di loro le influenze e i poteri rivali; mantenere accuratamente in vita tali rivalità, impedendone però la collisione, sempre pericolosa per l’individuo. Appoggiarsi talvolta sugli uni, talvolta sugli altri in maniera da indebolirli e neutralizzarli. Amiel riconosce i benefici effetti di questa tattica. << Tutti i partiti, dice, mirano ugualmente all’assolutismo, all’onnipotenza dittatoriale >>(33).

D) In virtù di questo gioco di specchi, quando un potere acquista una preponderanza troppo marcata diviene, di diritto, nemico. Da questo punto di vista, l’individualismo può ammettere perfettamente l’esistenza dello stato, ma di uno stato debole, minimo, la cui esistenza è assai precaria e minacciata a tal punto che esso sente il  bisogno di trattare con riguardo gli individui;

E) Solo in apparenza bisogna accomodarsi con le leggi e con quelle abitudini da cui è praticamente impossibile sottrarsi. Non negare apertamente il patto sociale; anzi è utile ingannarlo quando nei suoi confronti si è più deboli.

L’individualista, secondo De Gourmont, è colui che << nega, vale a dire distrugge, nei limiti delle proprie forze, il principio di autorità. E’ colui che, ogni qualvolta che vi riesce, si sottrae senza tanti scrupoli alle leggi e ad ogni tipo di costrizione sociale. Egli nega e distrugge l’autorità in ciò che lo concerne personalmente; e si rende libero tanto quanto un uomo può essere libero nelle nostre complicate società>>(34).

I precetti relativi all’attitudine politica meritano invece una menzione speciale. In origine, l’individualismo, è indifferente ai regimi politici, poiché esso è ugualmente ostile a tutti loro.
L’idea madre di Stello è che tutti i regimi politici: monarchia (vedi la “Storia di una pulce arrabbiata“), borghesia ( “Storia di Chatterton“), giacobinismo (storia del terrore), perseguitano ugualmente il poeta, cioè l’individualità superiore, geniale e indipendente. << Dunque, dice Stello, constatando questo ostracismo perpetuo delle tre forme possibili di potere, la prima ci teme, la seconda ci disdegna come inutili, la terza ci odia e ci livella come superiorità aristocratiche.

Siamo dunque noi gli eterni iloti della società?>>. David Thoreau rifiutava di votare e definiva la politica: << qualcosa di irreale, di incredibile e di insignificante>>.  Tuttavia vi sono dei casi in cui l’individuo può utilmente occuparsi di politica. Questa può essere un mezzo per lui di combattere e neutralizzare le influenze sociali di cui soffre.- D’altra parte, per il fatto stesso di essere diffidente verso ogni tipo di regime, l’individualista può, in pratica, accomodarsi con tutti e conciliarsi con qualsiasi opinione (35).

Fra gli individualisti c’è n’è che sono particolarmente severi con la democrazia. Altri invece si ispirano a Bergeret, il quale aderisce ad essa come ad un regime fra i meno dogmatici e meno unitari.-<<La democrazia, dice Bergeret, è ancora il regime che  preferisco. Tutti i legami sono allentati, il che indebolisce lo Stato, ma solleva le persone e procura una certa facilità nel vivere e una libertà che distrugge disgraziatamente le tirannie locali>>.

A fianco della strategia esteriore che ho esposto, prende posto un metodo di igiene intellettuale e morale che ha per scopo di mantenere la nostra indipendenza interiore.
Esso potrebbe anche riassumersi nei seguenti precetti:

A) Coltivare in sé lo scetticismo sociale, il dilettantismo sociale e tutte quelle attitudini di pensiero che conducono all’individualismo;

B) Convincersi del carattere precario, fittizio e, in sostanza, facoltativo del patto sociale e della necessità per l’individuo di correggere ciò che questo patto ha di tirannico con tutte le risorse della casistica individualista, la più tollerante e la più ampia;

C) Meditare e osservare il precetto di Cartesio: << Io cammino fra gli uomini come fossero alberi>>. Isolarsi, ritirarsi in sé, guardare le persone chi ci stanno intorno come gli alberi di una foresta; ecco un’attitudine veramente individualista;

D) Meditare e osservare il precetto di Vigny: << Separare la vita poetica dalla vita politica>>, ciò che conduce a separare la vita vera, la vita del pensiero e del sentimento, dalla vita esteriore e sociale;

E) Praticare la doppia regola stabilità da Fourier: il dubbio assoluto (della civilizzazione) e il disinteresse assoluto (delle vie già battute e tradizionali);

F) Meditare e osservare il precetto di Emerson:<< Non lasciarsi incatenare dal passato, sia nelle azioni che nei pensieri>>;
G) Perciò, non perdere mai l’occasione di sottrarsi alle influenze sociali abituali, di fuggire la cristallizzazione sociale. Anche l’esperienza più ordinaria attesta la necessità di quel precetto. Quando abbiamo vissuto per un po’ di tempo in un ambiente ristretto, che ci circonda e ci molesta con le sue meschinerie, con i suoi piccoli rimproveri, con i suoi piccoli pericoli e i suoi piccoli odi, niente rende il sentimento di noi stessi come una breve assenza, un breve viaggio.

Si sente allora quanto si è stati, a sua insaputa, bardati e addomesticati dalla società. Si ritorna con gli occhi aperti, il cervello rinfrescato e liberato da tutta la piccola bestialità sociale che lo invadeva. D’altra parte, se non si può viaggiare, ci si può almeno mettere al seguito di un grande sogno. Mi ricordo di un amico il quale, malato, isolato in una piccola città di provincia, circondato da piccoli odi e da pettegolezzi imbecilli, si dava una sensazione infinita di gioia e di libertà rileggendo i Raisebilder. Egli fuggiva con Heine nel mondo incantato del sogno, e l’ambiente intorno a lui cessava di esistere.

Alcuni di questi precetti individualisti, non hanno che un valore di esempio. Se ne troverebbe un gran numero di simili negli aforismi di Schopenhauer e anche in Vigny e Stirner. E sono sufficienti a caratterizzare la psicologia dell’individualista e a distinguerla da quella dell’anarchico.

Terminando, spendiamo ancora una parola sui probabili destini dell’anarchia e dell’individualismo.

Allo stato attuale, sia come dottrina, sia come partito, l’anarchia sembra essere entrata in un periodo di disgregazione e di dissoluzione. Laurent Tailhade, transfuga, è vero, del partito, constatava testè questa dissoluzione con un misto di malinconia e ironia. La ragione di questa disgregazione si trova verosimilmente nella contraddizione intima che abbiamo segnalato più sopra. E’ la contraddizione che esiste fra i due principi e che l’anarchia pretende di conciliare: il principio individualista o libertario, e il principio umanista o solidarista, quest’ultimo si traduce sul terreno economico nel comunismo. Per l’evoluzione stessa della dottrina questi due elementi tendono di volta in volta a dissociarsi. In un certo numero di anarchici (soprattutto negli intellettuali) possiamo vedere l’anarchia mutarsi più o meno nettamente in individualismo puro e semplice, ossia in una attitudine di pensiero molto differente dall’anarchia propriamente detta, e, alla bisogna, compatibile con l’accettazione di istituzioni politiche e sociali molto distanti dall’ideale anarchico tradizionale. Altri, la maggior parte, soprattutto coloro che mettono al primo posto le questioni di ordine materiale e di organizzazione economica, fanno buon mercato dell’individualismo e lo denunciano volentieri come una fantasia di aristocratici e un egoismo intollerabile. Il loro anarchismo conduce ad un socialismo estremo, ad una sorta di comunismo umanitario ed egualitario che non lascia alcuno spazio all’individualismo.- Si rivela così nell’anarchia un conflitto di principi e di tendenze che costituisce per la dottrina il germe fatale della disgregazione(37).
L’individualismo, così come l’abbiamo definito,- sentimento di rivolta contro le costrizioni sociali, sentimento di unicità dell’io, sentimento delle antinomie che s’innalzano ineluttabilmente in ogni stato sociale fra l’individuo e la società, pessimismo sociale,- l’individualismo, diciamo, non sembra vicino a scomparire dalle anime contemporanee. Esso ha trovato in questi nostri tempi moderni più di un’interprete sincero e appassionato, la cui voce avrà ancora per lungo tempo una risonanza nelle anime desiderose d’indipendenza. L’individualismo, non ha il carattere passeggero e artificiale di una dottrina politica e sociale come l’anarchia. Le ragioni della sua perennità sono piuttosto d’ordine psicologico che sociale.

A dispetto delle predicazioni dei sociologi ottimisti che, come Draghicesco (38), si persuadono che il cammino dell’evoluzione sociale, e il funzionamento meccanico di qualche semplice legge sociologica, ad esempio la legge dell’integrazione sociale, avranno la virtù, in un futuro più o meno lontano, di razionalizzare e di socializzare completamente gli istinti umani, di assimilare, di livellare e addomesticare tutte le anime, di annegare l’individuo nella collettività, di cancellare in lui ogni sentimento d’individualità, ogni velleità d’indipendenza e di resistenza alle cosiddette leggi della ragione e della morale, di condurre infine all’avvento di quella razza di “vigliacchi felici” di cui parla Leconte de Lisle, è permesso di credere che l’individualismo resterà una forma permanente e indistruttibile della sensibilità umana e che durerà tanto quanto le stesse società.
NOTE
1) A dire il vero la filosofia sociale di Stirner, quella di Nietzsche e quella di Maurice Barrès ( in “Un uomo libero” e “Il nemico delle leggi“) meriterebbero, piuttosto, come si vedrà oltre, secondo le distinzioni che andiamo stabilendo, l’epiteto d’individualismo, e non quello di anarchismo.

2) Vedi V. Basch, L’individualismo anarchico, Max Stirner, p. 276 ( F. Alcan).

3) Nel nostro libro “Lotta per l’individuo” abbiamo tentato di difendere un certo individualismo che è stato definito da numerosi critici: anarchismo intellettuale. Non che ci spaventi l’epiteto di anarchici. Ma per la chiarezza dei concetti crediamo sia conveniente mantenere distinte le due espressioni: anarchia e individualismo.

4) Vigny, Diario di un poeta, p.25 (ediz. Ratisbonne).

5) Vedi il romanzo delle Pleiadi, pp.22,23,etc.

6) Vigny, Diario di un poeta, p.262.

7) Benjamin Constant, Adolphe, p.202.

8) Vigny, Giornale di un poeta, p.236.

9) Vigny, Giornale di un poeta, p.161.

10) Vigny, Giornale di un poeta, 178.

11) M. Barrès, Un uomo libero, p.100.

12) ibidem

13) Tarde, Le leggi dell’imitazione, sub fine ( F. Alcan).

14) In questo senso Nietzsche ha affermato: << L’anarchia non è che un mezzo di agitazione dell’individualismo>> ( Volontà di potenza,§ 337).

15) Si allude qui a un recente e molto interessante dibattito fra due teorici dell’anarchia, Malato e Janvion, nel giornale “Il nemico del popolo” (1903), e, a una serie di articoli intitolati, “Individualismo e umanesimo“, scritti da Janvion in questo stesso giornale. Il conflitto fra individualismo e umanesimo si acuisce quando, Janvion, avversario dell’umanesimo, sembra sfoderare gli argomenti decisivi.

16) << Ebbene, dice Dupont-White, io non posso credere a quel dogma! Non è cosa da proporsi agli uomini che essi si mostrino per quello che sono, di apparire nella loro interezza. Se la nostra natura fosse solamente spirituale si potrebbe, allora, tenderle la mano e abbandonarla ad ogni suo slancio: senza temere alcun smarrimento … ma quando un essere porta dentro di sé delle pulsioni così differenti, così contraddittorie, non è troppo rischioso invitarlo a sviluppare tutta la propria natura nella sua più ricca diversità? Ancora un poco e anche voi direte come Fourier che le passioni derivano da Dio, e il dovere dall’uomo. Vi è almeno un eccesso di cortesia per delle intenzioni molto diverse, alcune eccessivamente strampalate, che persistono come bagliori al di sopra della scimmia.<<La conclusione è pressappoco quella che darebbe Brunetiere: guardatevi dal provocare un essere siffatto e così condizionato dall’espandersi in tutte le sue proporzioni. Che egli si coltivi e si manifesti in talune maniere, sia; ma, soprattutto, che si limiti, che si ridimensioni, che si cancelli, tale è l’ideale che più gli conviene. Al più, questa non è una domanda: noi non viviamo in società che per ricavare dei benefici da un contratto mutualistico, direi quasi da una mutilazione universale>>.
(Dupont-White, Introduzione al saggio sulla liberta di J.- S. Mill).

17) Metchnikoff, malgrado il suo ottimismo, riconosce pienamente le disarmonie della natura umana nella vita morale e sociale. E’ anche vero però che egli sembra aspettarsi dai progressi scientifici una attenuazione di queste disarmonie. Vedi B.Metchnikoff. “Studi sulla natura umana“, saggio sull’ottimismo filosofico, p. 137 et sui.

18) Vigny, “Diario di un poeta“, p.32.

19) L’espressione è di J. Volkeit, nel suo libro: “A. Schopenhauer, seine Personlichkeit, seine lehre, sein Glaube“, p.47.

20) Su questo punto vedi anche Bakounine: “Federalismo, socialismo e antiteologia“, p.285 et
sui.

21) Stirner, “L’unico” ( trad. Reclaire p.286)-

22) La prova che vi sia ancora un parallelismo fra lo stato e la società, e che il liberalismo dell’uno vale quanto quello dell’altro, sono le recenti misure di sicurezza prese dallo Stato americano contro lo scrittore russo Gorki, per i fatti di cui già sappiamo. Tali misure, che qui da noi apparirebbero assurde e ridicole, laggiù non sono possibili che grazie ad una certa condizione dell’opinione pubblica.

23) Stirner, “L’unico“, ediz. Reclaire, p.383.

24) Nietzsche, “La gaia scienza“, § 356.

25) Diario di un poeta, p. 17.

26) Edouard Berth, “Individualismo anarchico, marxismo ortodosso, sindacalismo rivoluzionario” ( movimento socialista del primo maggio 1905, p.II).

27) E. Berth, loc. cit., p.14.

28) Su questo punto possiamo fare riferimento ad un numero de “La piuma”, databile all’epoca eroica dell’anarchia (Maggio 1893). Quel numero contiene un’esposizione teorica dei fondamenti scientifici dell’anarchismo di André Veydaux e un progetto della società futura partendo dai punti di vista economico, politico, sessuale, morale, ecc., secondo i principali scrittori anarchici dell‘ epoca. Ecco qui un estratto delle fantasie pseudo-scientifiche del signor Veydaux, il quale si basa sull’autorità di De Lanessan: << L’atomo si muove liberamente nella sua sfera, equilibrata dalla forza di gravità dell’atomismo ambientale. La testimonianza della natura è irrefutabile. Mineralità, vegetalità, animalità, presentano, nelle loro manifestazioni intime, lo spettacolo dell’armonia nell’autonomia>>… << La centralizzazione esiste anch’essa realmente negli esseri pluricellulari? Le loro cellule sono divise in cellule dominatrici e in cellule ubbidienti, in maestri e sudditi? I fatti a nostra conoscenza rispondono negativamente con la più grande precisione. Io non insisterò sull’autonomia reale di cui godono ciascuna delle cellule dei vari organismi pluricellulari; infatti, se è vero che tutte dipendono le une dalle altre, è vero anche che nessuna comanda sulle altre e che gli stessi organismi pluricellulari, anche i più evoluti, non sono in alcun modo comparabili ad una monarchia, né a nessun altro governo autoritario e centralizzato. Autonomia e solidarietà, tale sarebbe la base di una società che si vorrebbe costruita sul modello degli esseri viventi …( De Lanessan, Il trasformismo)>>. << La società, continua Veydaux, funzionerà per l’individuo in gruppi polimorfi, occasionali, mobili; dal  gruppo ai fasci di raggruppamenti omologhi ed equivalenti, federazioni o corporazioni, e così via fino all’ultima delle associazioni; ciò sarà il libero gioco delle individualità; ciò sarà la varietà nell’unità; poiché è lo spettacolo pubblico dell’armonia naturale, è la legge dell’evoluzione; è la condizione sine qua non dell’esistenza delle società umane>>.

E più oltre il teorico si trasforma in poeta?

Tutte le imbarcazioni hanno libero gioco nel medesimo porto

Galleggiando sull’acqua con uno sforzo proporzionale

La barchetta può essere soffocata dalla nave?

(La piuma, maggio 1893)

29) E’ proprio questo comunismo sfaccendato che Lafargue condannerebbe in anticipo nel suo famoso libello “Il diritto alla pigrizia“.

30) M. Barrés, “Il nemico delle leggi“, p.25

31) A. Schopenhauer, “Aforismi per una vita saggia“, Introduzione (F. Alcan).

32) Amiel,“Diario intimo“, II, p.88.

33) R. de Gourmont, “Conclusioni“, II, p.308.

34) Da questo punto di vista è forse possibile conciliare il conservatorismo politico di Barrés con le sue idee individualiste sviluppate ne “ Un uomo libero” e “ Il nemico delle leggi”. Forse, anche Barrés, come in un gioco di specchi, tratta da nemico il partito più forte: o, forse, obbedisce ad un timore della sua sensibilità di artista.

Vedendo, a torto o a ragione, nel socialismo ascendente, l’avvento di una nuova barbarie, mortale per l’individuo e per l’arte, si rifugia, sempre tramite lo stesso gioco di specchi, nel partito più rigidamente conservatore e tradizionalista.- Conviene però aggiungere che l’atteggiamento individualista di Barrès, non è sempre così netto. Se da un lato appare profondamente individualista ne “Il nemico delle leggi” e “Un uomo libero”, dall‘altro, in un curioso opuscolo intitolato “ Da Hegel alle mense aziendali”, sembra, invece, raccomandare un autentico federalismo anarchico.

35) Vedi l’articolo del Dr. Toulouse dal titolo: “Il patto sociale” ( Diario, Giugno 1905).

36) Nel suo libro “Nietzsche e l’immoralismo”, Fouillée traccia l’evoluzione attuale dell’anarchia e indica il conflitto fra la tendenza individualista alla Stirner e la tendenza umanitaria che si traduce, sul terreno metafisico, in un monismo naturalista alla Spinoza. Dopo aver citato un passo di Reclaire, il traduttore francese di Stirner, il quale pretende di sostituire alla concezione stirneriana dell’ unico << quella di un io comune e universale, “fondo comune” delle individualità>>, Fouillée aggiunge: << Lo si vede, l’anarchismo teorico è finito col diventare una sorta di monismo alla Spinoza e alla Schopenhauer; L’unico, che altro non era all’inizio che un individuo singolo e un ego, si è ora trasformato in quel fondo comune a ciascuno e che la scienza ci fa intravedere, ma che solo la filosofia libera>>.
( Fouillée, Nietzsche e l’immoralismo, p.8, F. Alcan).

37) Draghicesco, “ L’individuo nell’ambito del determinismo sociale” (F. Alcan).

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