L’autostoppista

ImmagineL’approssimarsi delle ore scorre lento. Immerso nei miei languidi pensieri, guardo fuori, oltre la vetrina. Centinaia di volti anonimi, in preda all’ansia di concludere un buon affare, sfilano silenziosi verso l’ingresso del Centro commerciale. E’ dicembre. Il Natale incombe. Oggi il tempio del consumo è un immenso formicaio. Ovunque sguardi che s‘incrociano senza vedersi, corpi che si sfiorano senza toccarsi. Strana cosa, la vita: detesto i miei simili, eppure da circa vent’anni lavoro col pubblico. Ieri vendevo libri, oggi vendo scarpe. Ma la sostanza delle cose non cambia: mi ritrovo sempre a servire qualcuno. Servire, dicono, è un’arte. Richiede tatto, discrezione, sensibilità. Per me, invece, è solo una perdita di tempo. Un esercizio vuoto, mascherato da cortesia. 

Guardo l’orologio con insistenza. Ho solo voglia di fuggire a casa. Quando da lontano scorgo Patrizia, la responsabile del punto vendita in cui lavoro. Donna di mezza età, bassa, il naso camuso, piuttosto corpulenta, sempre imbronciata, Patrizia è tutta casa e lavoro, null’altro. Ah, perdonate l’imprecisione. Non dovrei dire “responsabile del punto vendita in cui lavoro”, ma “in cui fornisco la mia opera”. Già, perché per l’agenzia interinale che mi ha trovato questo “splendido” impiego — utile a dare un senso alle giornate, un senso a tempo determinato, ovviamente — io non sono un lavoratore. Sono un prestatore d’opera. O, se preferite, uno schiavo moderno. Insomma, faccio il commesso in un negozio di scarpe. Il negozio, una S.p.a. a conduzione familiare, è il vanto dell’imprenditoria calzaturiera nazionale. Qualcuno, dall’interno, mi ha detto che dovrei sentirmi orgoglioso di lavorare per loro. E sia. Ho risposto -maldestramente, scavandomi la fossa- che mi riesce difficile fare la parte dello schiavo felice. Ma che avrei comunque provato a godermi il mio “posto al sole”. Fossi stato zitto! Da quel momento, i solerti crumiri della s.p.a. non hanno smesso di starmi col fiato sul collo.

Col suo solito tono perentorio, Patrizia mi avverte che stiamo per chiudere. Tiro un sospiro di sollievo. Anche per oggi è finita. Lei è lì, davanti a me. Mi fissa. Ha capito che non vedo l’ora di andare via. Non sono certo uno che si sacrifica per l’azienda. E non me lo perdona. Ma credo anche di non starle del tutto antipatico. Un giorno, infatti, mi ha confessato che sono un bravo venditore. Forse il migliore che abbia mai avuto. Ma il mio atteggiamento ribelle proprio non le piace. Dice che destabilizzo l’ambiente. Come la volta in cui rifiutai di parcheggiare l’auto nel garage sotterraneo. Perché mai devo parcheggiare l’auto dove vuole Patrizia? Mi sono chiesto. L’auto la parcheggio dove dico io. Ovvio. Solo dopo capii che Patrizia intendeva dire che c’era bisogno di un uomo che accompagnasse le colleghe nel parcheggio sotterraneo all’ora di chiusura. Non poteva dirlo direttamente? Mi sarei adeguato. E invece lei che fa? Appiccica un foglio A4 nella bacheca dello spogliatoio in cui intima a tutti, proprio tutti, di parcheggiare OBBLIGATORIAMENTE l’auto al piano di sotto. Il mio disappunto venne immediatamente denunciato da una delle sue fedelissime, sempre pronta a fare la spia su quello che i colleghi dicono e fanno. Soprattutto su quello che dico e faccio io. Il mondo del lavoro è un condominio in cui regna la pazzia e la stupidità. E in questo condominio sono tantissimi, uomini e donne, che sfruttano quel poco di potere che viene loro concesso, per imporsi sui colleghi. Siamo uomini o caporali? come diceva qualcuno. Ma ancora più stolido sono io, poiché la mia ribellione è la gioia di capi e capetti. Ma tant’è. Io e Patrizia siamo sintonizzati su frequenze diverse.

Finalmente a casa. Stanco, mi butto sul letto. Ma non riesco a riposare. Sono agitatissimo, senza un motivo preciso. Mi alzo, provo a leggere. Al diavolo i libri! E una bella serata. Esco, anche se fa freddo. Prendo l’auto. Vado alla Sagra di San Michele. Lì il panorama è eccezionale. Si può ammirare l’intera Val di Susa al tramonto. Me ne sto immobile sopra una pietra al limite estremo del Pirchiriano, il monte su cui si erge la Sagra. In realtà si chiama Sacra, ma qui da noi tutti la chiamano Sagra. Il vento gelido insiste sul mio volto. Guardo fisso lorizzonte. La mente è come annullata. A poco a poco, anche il silenzio che mi circonda svanisce. E’ questa la morte? Né paradiso, né inferno. Solo un fluire continuo di energia senza più alcuna percezione di noi stessi. Ad un tratto sento ridere. Mi volto. Come temevo. Un gruppo di persone, probabilmente turisti, sfila alle mie spalle. Pare si stiano divertendo assai. Lidea di guardarsi attorno, non li sfiora affatto. Sono qui, ma potrebbero essere altrove, che per loro non farebbe alcuna differenza: alla Sagra come al supermercato, in piazza come allo stadio. Odio le comitive. Vorrei essere un lupo mannaro e sbranarli ferocemente, senza pietà! Ma forse loro sono più coerenti di me. Carichi di speranza, avranno orrore del nulla. L’importante è divertirsi, stare insieme, muoversi. Allora sì che possono fottersene di quello che li circonda. Non come il sottoscritto, tutto angoscia e nichilismo, ma sempre pronto a sacralizzare ogni istante che passa. Sembra che la nostra mente sia alla continua ricerca di una compensazione. Al diavolo la Sagra! E ora di tornare a casa. Ho fame. E stasera riesco pure a dormire, forse.

Toh, una tizia che fa autostop. Mi fermo. Le faccio cenno di salire. Che ci fa tutta sola, al buio, lungo la strada? Ha un’aria malata: capelli rasati, volto pallido e gonfio, occhi segnati da striature bluastre. Chemio? Tossicodipendente? Non mi sento tranquillo. Provo a rompere il ghiaccio. Le chiedo come si chiama, dove vuole scendere. Le solite domande di rito. Con tono accorato, quasi agonizzante, mi dice di non sentirsi bene. Potrei portarla all’ospedale. Poi il silenzio. Non c’è verso di farla parlare. Lavora, penso. Forse è solo esausta. Ma lei resta lì, immobile, lo sguardo perso nel vuoto. Le dico di scendere. Non ho voglia di perdere tempo. Qualcun altro le darà un passaggio. Ma no. Poveretta. Magari è sola. Magari ha vagato tutto il giorno senza meta. Un po’ come me. Perché devo sempre dare una spiegazione a ogni cosa? Perché getto la rete della mia insicurezza e dei miei pregiudizi su tutto ciò che mi circonda? Ecco le luci della provinciale. La lunga discesa dalla Sagra è quasi finita. Mi fermo. Lei continua a tacere. No, non è il silenzio a spaventarmi. E’ questo contrattempo che mi innervosisce. Voglio andare a casa. Sono stanco e affamato. Ma ho il presentimento che la cosa si trascinerà. Riprovo a chiederle dove vuole scendere. Cerco di farle capire che ho fretta, che non voglio essere scortese, ma che senza il suo aiuto sarà difficile continuare il viaggio insieme. E allora comincia a ridere. Una risata scomposta, ossessiva. E si piscia addosso. L’odore è insopportabile. Freno. Cerco di spingerla fuori. Ma lei resta lì. Immobile. Ride. Ride sempre più forte. Mi sembra d’impazzire. Cerco di controllarmi, ma è difficile mantenere i nervi saldi. Lei urla. Grida aiuto. Io voglio solo farla scendere. Che diavolo succede? Non capisco. E’ un incubo. Provo a farla ragionare. Inutile. Mi morde le mani. Le braccia. Reagisco d’istinto. Le rifilo un ceffone. Poi un altro. E un altro ancora. Il naso le sanguina. Scendo. Cerco di trascinarla fuori. Lei si aggrappa al volante, disperata. Ora vomita. Gli schizzi sono ovunque. Non ne posso più. Urlo anch’io. Voglio solo che se ne vada. Lontano. Siamo soli. Io e lei. Nessuno a cui chiedere aiuto. Sono sfinito. Poi, come per incanto, il delirio si placa. Lei scende. Tranquilla. Continua a sanguinare, ma non si lamenta. L’auto è un letamaio. La seguo con lo sguardo. Si allontana zoppicando, sempre in silenzio. Sono frastornato. Cerco il telefono cellulare. Voglio chiedere aiuto. Non lo trovo. Ovviamente. Non posso lasciare che vada in giro da sola in quello stato. Lei intanto è sparita nella boscaglia. Vado a cercarla? E’ buio pesto. O forse è meglio andare in paese? Senza accorgermene, come in trance, mi ritrovo sulla via di casa. L’odore nell’auto è asfissiante, nonostante i finestrini abbassati. Ora voglio solo una doccia e coricarmi a letto. Domani, come prima cosa, andrò a far lavare l’auto.

E’ mattina. Finalmente. I primi raggi del sole filtrano attraverso le tende della finestra. Ho dormito male. Sono uno straccio. Ripenso a ieri sera. Non mi sembra ancora vero. Vorrei fosse stato solo un brutto sogno, ma so che non lo è. La solitudine della mia stanza mi dà i brividi. Accendo la radio. Sentiamo cosa dice il mondo. <<Giornale radio del Piemonte. Durante le prime ore del mattino, lungo la statale che da Avigliana porta alla Sacra di San Michele, in frazione Sant’Ambrogio, è stato ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. Dai primi accertamenti, sembra che la vittima -ancora senza identità- sia deceduta a causa delle percosse subite durante un tentativo di stupro. Testimoni oculari riferiscono di aver notato una Fiat Punto grigia fuggire a gran velocità dalla scena del ritrovamento>>. Io ho una fiat punto grigia. E la frazione indicata è proprio quella dove mi sono fermato. Dove lei è scesa. Mi sento strano, non sono più sicuro di niente. La mia mente vacilla. Ogni dettaglio si confonde, si sovrappone, si distorce. E se fossi stato l’ultimo a vederla viva? E se quel breve incontro fosse stato il preludio alla fine? Non riesco più a distinguere il confine tra casualità e destino. Odio la mia stanza. Odio la mia solitudine. Il mondo là fuori continua a girare, ignaro, mentre dentro di me qualcosa si è incrinato. Non so più chi sono, né cosa ho fatto. E io, che volevo soltanto camminare. Sfuggire al peso di me stesso. Per poi tornare a casa nella speranza di dormire. E ora non resta che aspettare. Aspettare che qualcuno bussi alla porta. O che il silenzio, finalmente, dica la verità.

 

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