Il marchese De Lorraine aveva appena terminato di masturbarsi quando alzò lo sguardo verso la grande specchiera collocata ai piedi del letto e sogghignò. Nel camino il fuoco aveva smesso di crepitare e le lancette dell’orologio a pendolo erano ferme da lungo tempo. Solo a tratti la monotonia di quel luogo era interrotta dal sinistro ululare del vento gelido, la cui furia faceva sbattere violentemente le imposte delle finestre. Nudo, il marchese rimase seduto sul fondo del letto a osservare l’immagine del proprio viso riflessa allo specchio. Il freddo, intanto, inesorabile, iniziava a impossessarsi della stanza. Ma il marchese era come paralizzato da una forza oscura. Alzarsi, andare in bagno, lavarsi e vestirsi gli costavano fatica. Eppure infinite altre volte aveva compiuto quelle semplici operazioni senza il benché minimo sforzo. Talvolta gli accadeva che una strana sincope lo facesse impallidire, rendendolo gelido come il marmo. In quei momenti la sua anima sembrava inabissarsi nelle tenebre dell’ignoto, ma nel giro di pochi minuti si riprendeva e tutto tornava come prima. I cerusici parrucconi, ogni volta che le crisi si presentavano, non riuscivano a scoprire in lui alcun sintomo allarmante. Né tosse né febbre, Il petto auscultato dava segnali confortanti. Secondo il loro autorevole e assiomatico parere il marchese aveva solo bisogno di riposo e di una vita più accorta, lontana dai bagordi notturni.
Eppure quella sera la sua indecisione non era causata dai soliti stati catatonici. Qualcosa di più infimo e strisciante si era insinuato nel suo corpo e nel suo cervello. La mente era ben desta, la vista salda, ma ogni qualvolta che tentava di muovere anche solo un braccio o di alzare una gamba, gli pareva di spostare un macigno. Si sentiva completamente svuotato, come se la vita lo avesse abbandonato. Inchiodato al letto, la mente del marchese iniziò a divagare. Si considerava fortunato ad essere un nobile. L’invidiabile ricchezza di cui disponeva, o meglio di cui disponeva la sua famiglia, perché come singolo individuo aveva concluso ben poco nella vita, gli consentiva di tenersi lontano dagli affanni quotidiani. Non aveva mai lavorato, e non conosceva quell’insopprimibile angoscia di dover sbarcare il lunario che solo i miserabili conoscono. Se fosse stato un pezzente qualsiasi, si sarebbe dato sicuramente al crimine, molto più stimolante e adrenalinico che non faticare come una bestia da soma per gli altri. Ma chi può dire con certezza che cosa ne sarebbe stato della sua vita? L’istinto di conservazione, a salvaguardia della specie, avrebbe forse costretto anche uno come lui a lottare per avere un ruolo definito nella società. Contadino, lo avremmo visto affrontare eroicamente la dura vita nei campi. Pescatore, lo avremmo ammirato mentre sfidava gli abissi del vicino Oceano Atlantico. Non poteva certo imputarsi la colpa di non aver rifiutato il suo status sociale. E’ vero, avrebbe potuto mettere da parte il gretto egoismo che lo animava e darsi a iniziative benefiche, con ciò emulando la filantropia del vecchio Alphonse De Lorraine, suo padre, uomo amato e stimato in tutta la regione. Ma a lui del prossimo non importava nulla: disprezzava le cose umane dettate dal dovere e dalla morale. Modificare o peggio ancora eliminare quel diabolico aspetto del suo carattere proprio non gli passava per la mente. A ciò si deve anche aggiungere un certo interesse per i filosofi sensisti, materialisti e ateisti, che in quell’epoca andavano di moda. La Mettrie e D’Holbach con le loro teorie gli avevano dato le armi teoretiche con cui abbattere Dio e la metafisica. Nulla esiste all’infuori delle nostre esperienze e dei nostri sensi. E qualsiasi mezzo pur di soddisfare il nostro egoismo è lecito. Ecco l’imperativo morale della nuova era. La guerra ai fantasmi dell’aldilà era iniziata. A dire il vero però ciò che rendeva affascinante il marchese non erano tanto le sue sparate contro il conformismo di massa e la religione, quanto il suo egoismo libero da concetti quali umana simpatia e virtù generatrice di felicità. Gli uomini facevano a gara fra loro per ottenere i suoi favori, e le donne erano disposte a soddisfare ogni suo desiderio erotico pur di averlo accanto a sé. In fatto di conoscenza dell’animo umano il marchese aveva capito fin da subito, che l’unico modo per piegare l’umanità ai suoi fini era trattarla con disprezzo. La cattiveria rende liberi.
<< Guardate i cani, disse una volta al suo precettore, più li si maltratta e più sono fedeli. E’ per questo motivo che gli esseri umani amano tanto i cani. Tra schiavi ci si ama!>>
Per quell’espressione azzardata fu messo in castigo. La condanna inflittagli dall’irreprensibile padre consisteva nel rimanere chiuso nella propria stanza, al freddo, senza avere rapporti con l’esterno, nonostante fosse dicembre e la temperatura del termometro a liquido scivolasse spesso sotto lo zero. Il giovanotto, inoltre, avrebbe dovuto imparare a memoria i Vangeli. Con la lettura delle parabole del Figliol prodigo e del Buon samaritano, e la preghiera il piissimo padre era convinto che il giovane figlio si sarebbe difeso dalle tentazioni di Satana, e avrebbe così ritrovato le gioie dello spirito, le uniche in grado di salvare l’anima dalla dannazione eterna. Mera illusione. Il giovane De Lorraine anziché trovare Dio scoprì le gioie del sesso in solitaria e la ribellione all’odiato padre. Sia quello celeste che quello terreno.
Ancora fermo sul bordo del letto, con il freddo che avvolgeva le sue membra nude dentro un’invisibile sudario di morte, il marchese continuava a guardare l’immagine del suo viso riflessa allo specchio. Per un attimo ne riconobbe la bellezza. Sì, si sarebbe amato fino allo sfinimento. Adorava la masturbazione con cui credeva di allontanare da sé la moltitudine di uomini e donne che volevano unirsi a lui. Ma il Nostro, egoista, misantropo per vocazione, in fondo amava l’oggetto del suo disprezzo. L’umanità, infatti, gli dava la misura del suo individualismo. Maliziosamente, molte donne vittime del suo rifiuto avevano messo in giro la voce che il marchese fosse un amante mediocre. Nulla di più falso. A smentire quelle male lingue ci pensavano le innumerevoli prostitute, per lui semplici oggetti, con cui era solito accompagnarsi. A detta di queste, che di uomini se ne intendevano, egli era un amatore instancabile, pieno di estro e potenza. Per il marchese il sesso era nulla più di una semplice ginnastica, in cui ogni affetto era bandito. A rafforzare i pregiudizi che la popolazione nutriva nei suoi confronti furono però certi racconti che lui stesso aveva contribuito a far circolare. Si narrava infatti che egli avesse forti simpatie per alcuni ragazzini del paese, con cui era solito appartarsi mentre i loro genitori erano fuori nei campi a faticare o in chiesa la domenica mattina a pregare. Tutto era lecito, anche le peggiori depravazioni, pur di scandalizzare i borghesi, il popolo crapulone e gli affettati aristocratici.
In questo baluginare di pensieri la testa gli doleva oltre misura. Aveva come delle fitte lancinanti che gli trafiggevano la parte sinistra del cervello. La sua sicurezza iniziava a vacillare. Strani e funesti presagi gli affollavano la mente. Lui, che si era innalzato sulla massa informe, non poteva ora avere anche un solo dubbio che il male fatto gli si sarebbe rivoltato contro. Pensarla così voleva dire pensarla da uomo timorato di Dio. No, De Lorraine non era in balia di se stesso, né tanto meno lo era di strani pregiudizi soprannaturali. Finalmente riuscì ad alzarsi dal letto, si guardò intorno alla ricerca di un indumento con cui coprirsi. La veste di broccato blu, con le cuciture in filo d’oro, si trovava a poca distanza da lui. Allungò il braccio nel tentativo di prenderla, ma riuscì solo a sfiorarla. Quando ebbe dei conati di vomito e all’improvviso cadde a terra, sul pavimento gelido. Alzò la testa in direzione della vestaglia, che ora appariva lontanissima, come in sogno. Provò a rialzarsi, ma cadde nuovamente a terra. Gridò. Chiese aiuto, ma le parole gli uscivano dalla bocca strozzate, flebili. Nessuno poteva sentirlo. Il terrore lo immobilizzava. Che vergogna. Proprio lui, che si era divertito a sfidare Dio e gli uomini ora era lì, tutto solo, costretto ad elemosinare una mano amica che gli prestasse soccorso. Per un uomo del suo rango, pensò, la coerenza è fondamentale. Molto meglio aspettare la morte piuttosto che muovere a pietà il cuore di chicchessia. Eppure, rispetto ai suoi deliri, la sua vita stava a dimostrare l’esatto opposto. Anche lui era umano, molto umano. In posizione prona, mentre cercava di calmarsi, si era accorto con gran dolore che parte dell’epidermide era rimasta attaccata al pavimento ghiacciato. Non c’era tempo da perdere. La morte per ipotermia sarebbe sopraggiunta in poco tempo. Imprecò contro se stesso e a quando aveva deciso di chiudersi in camera a dialogare col suo ego. Eppure quella situazione l’aveva già vissuta innumerevoli volte, senza che fosse mai accaduto nulla di grave. Non capiva come aveva potuto attardarsi davanti allo specchio mentre le tenebre calavano insieme alla temperatura. Silenzio. La dimora avita era deserta. Nessuno a cui chiedere aiuto. La servitù, quei miserabili, era scesa in piazza per la festa di Santa Rita, la santa delle cause perse, e patrona di Le Garrotes. E anche i genitori si trovavano in quel momento nel bel mezzo dei festeggiamenti. Qualcuno, fra i molti volti anonimi che affollavano le strade in festa, si sarà domandato dove fosse quel bellimbusto di De Lorraine, ma non vedendolo lo avrà certamente immaginato in uno dei tanti baccanali privati organizzati per l’occasione. No, non poteva finire così. C’era bisogno di una reazione decisa, risoluta, che mettesse fine a quello strazio. Ma la situazione volgeva al peggio. Il marchese provò per l’ennesima volta a rialzarsi, ma nello sforzo ricadde a terra. Urlò di dolore. Nell’impatto si ruppe un dente. Ora era lì, a terra, con le labbra lambite dal sangue che fuoriusciva dalla bocca. Gli si inumidirono gli occhi. Si sforzò di non piangere. Il sapore dolciastro del sangue si era mescolato con quello salato delle lacrime. La stanza era immersa nel buio più completo, e il vento gelido continuava a suonare la sua macabra litania. Il marchese si domandò che senso avesse lottare per sopravvivere. Il respiro intanto si faceva più affannoso. Era giunta la sua ora. Mai avrebbe immaginato però che sarebbe giunta in quel modo. La commedia umana volgeva al termine. Siamo figli del caso. La vita non ha alcuno scopo, e allora perché continuare a lottare? Semplice. Si tratta dell’istinto di sopravvivenza, che lotta al posto nostro. Noi, come singoli individui contiamo poco o nulla. Si calmò. Il freddo parve per un attimo scomparire, così come le fitte alla testa. L’ultima visione che i suoi occhi, ormai velati dalla morte, riuscirono a catturare nel tremulo riflesso lunare fu quella di una minuscola formica. Si dibatteva con furia, le zampette frenetiche immerse in un lago scarlatto: il suo sangue, sgorgato dalla bocca nel momento in cui il dente si era spezzato. In quell’istante, il marchese, ebbe come una intuizione: la lotta della formica era la sua, il destino crudele che l’aveva colto era scritto anche per gli esseri più piccoli, più innocenti. E mentre il mondo si faceva sempre più lontano, quella danza tragica tra vita e morte, tra resistenza e abbandono, fu l’ultimo atto che la vita gli concesse. Alle prime luci dell’alba una piccola folla si radunò silenziosa davanti alla sua stanza. I servi, più indifferenti che tristi, il padre irreprensibile, più sollevato che triste, l’intendente provinciale della polizia reale, più sbalordito che triste, e la madre, che se ne stava lì, immobile, rigida, con una grande voglia di piangere e abbracciare quel suo figlio degenere, forse. Ma l’etichetta non lo consentiva. Tutti erano in attesa del signor De La Bruyére, l’ispettore dei morti, il cui compito era quello di tenere in osservazione le salme per circa 24 ore onde evitare la sepoltura di un vivo. << Ipotermia, Signori, fece l’ispettore con tono solenne, è la causa del decesso del Signor marchese. Tutto qui. Nulla da aggiungere>>.